Leo Masliah è un nome del tutto sconosciuto in Italia, al di fuori della ristretta cerchia di cultori della letteratura che si scrive sulle due sponde del Río de la Plata, tra Argentina e Uruguay. E a quanto pare è anche ignoto alla critica accademica locale, che lo ha quasi sempre snobbato, indignata da una scrittura che si regge su se stessa e sulla propria forza, incurante delle regole e del bon ton, e che non esita a chiamare le cose con il loro nome, che si tratti di escrementi, orina o altri effluvi corporei.
Invece lo conoscono in Europa, perlomeno in Spagna, Francia, Svizzera e Svezia, ma non come scrittore: come musicista, perché ha fatto delle tournée in questi Paesi, così come in tutta l’America latina e negli Stati Uniti. Ci troviamo dunque in presenza di un artista poliedrico, che ha esordito negli anni Settanta con un concerto di musiche di Händel e poi come interprete di composizioni sue, di musica popolare e “impopolare”, come ama scherzare, fino a creare un’opera, Maldoror, ispirata a I canti di Maldoror, di Isidore Lucien Ducasse, noto con lo pseudonimo di Conte di Lautréamont.
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