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Postfazione di “A caccia di conigli”

Caza de conejos reca in calce la data della stesura: marzo 1973, ma sembra scritto ieri, anzi… domani. Fu pubblicato per la prima volta soltanto nel 1982 in un’antologia: Lo mejor de la ciencia ficción latinoamericana.

Il lettore ha qualche motivo per essere perplesso: fantascienza? Lo stesso Levrero respinse la classificazione, così come l’appartenenza alla letteratura fantastica, e coniò la definizione di “realismo interiore” (un critico lo chiamò “realismo introspettivo”), eppure, a ben vedere, nei suoi racconti compaiono numerose ambientazioni e tematiche tipiche del genere. Per esempio, in Gelatina ci presenta un mondo invaso da una massa gelatinosa che travolge tutto, comprese le relazioni umane tra i sopravvissuti. Nel racconto La sombrilla, in seguito a sconvolgimenti naturali, scompare il mare. Los ratones felices inizia come una favola che ha per protagonisti gli animali (simpatici topolini e un leone beneducato) per trasformarsi – previa assunzione di certe pastiglie – in un infernale e allucinante distopia burocratica. Eccetera.

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Kafka a Montevideo

Forse il nome di Mario Levrero non dice nulla alla maggioranza dei lettori italiani. Eppure, Lascia fare a me (La Nuova Frontiera, trad. di Elisa Tramontin), uscito in questi giorni, è il suo terzo libro pubblicato da noi, dopo Il romanzo luminoso (2014) e Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo (2016), entrambi per Calabuig. Purtroppo, il secondo uscì a fine luglio, e Calabuig si è rivelata un’effimera meteora. Inoltre, chi li avesse letti entrambi avrebbe faticato a riconoscervi lo stesso autore: Il romanzo luminoso è un testo postumo dall’andamento diaristico, introspettivo, malinconico, di 700 pagine, mentre Nick Carter… risale al 1975, di pagine ne conta appena 90 e, come lascia intendere già il titolo, ha una forte impronta ludica.

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Mario Levrero, un «escritor raro»

Dopo Il romanzo luminoso, nella traduzione di Maria Nicola, Calabuig (un marchio Jaca Book) ha fatto uscire alla chetichella a fine luglio un altro titolo di Mario Levrero: Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, tradotto stavolta da Sara Cavarero. Se il primo era un romanzo di 500 pagine (quasi 700 nell’edizione italiana) uscito nel 2005, un anno dopo la morte dell’autore, questo – pubblicato per la prima volta nel 1975 – non arriva a 90. Ma ci sono ben altre differenze, assai più sostanziali, che i lettori scopriranno da sé. Io ne riparlerò presto qui, nel frattempo ripropongo un post scritto per il blog di Sur nel giugno del 2012, dove si può leggere anche un racconto di Levrero tradotto da Loris Tassi, «Una confusione nel noir»: http://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/25-06-2012/un-escritor-raro-mario-levrero/

 

Fu un celebre e autorevole critico letterario, Ángel Rama, a coniare la definizione di «escritores raros» per un gruppo di scrittori uruguyani non riconducibili ad alcuna corrente letteraria preesistente. Del resto, a rigore non si può parlare nemmeno di «gruppo»: non firmarono manifesti né diedero vita a movimenti o riviste, e a ben vedere sono accomunati soltanto da un’ispirazione surrealista in senso lato. Il più famoso fu senz’altro Felisberto Hernández, solo recentemente riscattato dall’oblio dalla Nuova Frontiera (Nessuno accendeva le lampade, tr. di Francesca Lazzarato), insieme a José Pedro Díaz, Armonía Somers e pochi altri, fra cui Mario Levrero (1940-2004).

Alla fine degli anni Ottanta mi capitò fra le mani una curiosa antologia, Lo mejor de la ciencia-ficción latinoamericana. Il curatore era uno studioso belga che riuscì a farla pubblicare in Germania e in Spagna grazie al sostegno del celebre scrittore di s-f A.E. Van Vogt, che scrisse un’introduzione e mise il proprio nome in copertina. Il racconto che mi colpì di più fu A caza de conejos, che non era affatto un racconto di fantascienza, e nemmeno un fantasy, e per dirla tutta non rientrava plausibilmente in nessun genere identificabile. In 100 mini-capitoli Levrero descrive un mondo fatto di impensabili conigli, cacciatori e guardaboschi che non ha nulla da invidiare all’invenzione cortazariana dei cronopios e dei fama, un universo atroce nella sua assurdità ma fondamentalmente ludico e spassoso. (Il racconto poi lo tradussi e chiesi a Levrero il permesso di utilizzarlo per un progetto di antologia. Volle vedere la traduzione, mi chiese qualche chiarimento e mi suggerì alcune modifiche, dopodiché la nostra corrispondenza mail si interruppe e di lì a poco mi giunse notizia della sua morte.)

È iniziato così un percorso di avvicinamento all’opera di questo «escritor raro» che non si è ancora concluso, anche perché fino a poco tempo fa era difficile reperire alcuni suoi testi, che tuttavia cominciano a essere riediti; nel frattempo è uscito un testo postumo, La novela luminosa, che si affianca a una produzione ampia e variegata: i romanzi della cosiddetta «trilogia involontaria»: La ciudadParísEl lugar, e poi El alma de GardelDejen todos en mis manos, oltre alle raccolte di racconti: La máquina de peensar en GladysAguas salobresIrrupciones, il «diario» El discurso vacío, e infine i due folletines Nick Carter se divierte mientras el lector es asesinado y yo agonizo, e La banda del Cempiés.

Levrero però merita un discorso più ampio: ci torneremo. Ho comunque una buona notizia: qualcuno in Italia si è accorto della sua esistenza: Loris Tassi, che ha tradotto e inserito un suo racconto nella bella antologia Inchiostro sangue. Antologia di racconti e saggi del Rio de la Plata (a cura di Loris Tassi e Antonella De Laurentis), Edizioni Arcoiris. Intanto è interessante l’idea di riunire in un libro racconti e saggi che vertono sulla tematica del poliziesco, ingaggiando un corpo a corpo fra i testi e la critica. Poi, insieme a nomi imprescindibili (Ricardo Piglia, che vi figura sia con un saggio sia con un racconto, Juan José Saer, Horacio Quiroga, Mempo Giardinelli, Juan Sasturain) fanno capolino autori ancora sconosciuti da noi, come Carlos Gamerro e appunto Mario Levrero.

 

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