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Le due bambole: un racconto di César Aira

Evita possedeva due bambole “Evita” a grandezza naturale, che aveva fatto fare apposta, identiche a lei e fra loro. Le occorrevano per il gran numero di atti a cui doveva assistere, in ragione dell’importanza che la sua figura aveva nel rituale peronista. L’idea originale era di farne fare una sola, per potersi duplicare e accontentare più gente con la propria presenza; ma poi le venne in mente che con lo stesso sforzo necessario per farne una se ne potevano fare due, e così avrebbe avuto più margine d’azione. In realtà, una volta fattane una, se ne potevano fare anche dieci, o venti, o mille; ma si limitò a due e basta, perché con due le sue necessità erano soddisfatte, e le sembrava scioccante avere una legione di repliche. Ai tedeschi che gliele fecero disse che le voleva entrambe ugualmente perfette perché, dato che non si può mai sapere cosa succederà, non avrebbe mai saputo quale delle due utilizzare. Non voleva avere una bambola “preferita” e una “di scorta”, bensì due bambole uguali. E le ebbe. Gliele consegnarono dentro due casse di nichel con chiusure di sicurezza, che vennero depositate in una stanza dall’accesso riservato della Residenza Presidenziale. I ciambellani della signora tiravano fuori una o l’altra, a volte tutte e due insieme, secondo le necessità dell’agenda, e per anni le bambole svolsero le loro funzioni senza che nessuno si accorgesse della sostituzione. Erano incredibilmente piccole, ma le misure erano state prese bene, e corrispondevano al millimetro al modello.

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César Aira, Come diventai monaca

In un omaggio a Herman Melville in occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione di Moby Dick, César Aira – che per molti anni ha esercitato la professione di traduttore – scriveva: «La prima frase di Moby Dick, “Call me Ismael”, è il “c’era una volta” del romanzo moderno. La tradizione popolare l’ha resa celebre come modello di incipit eloquente, insuperabile e soprattutto inimitabile. Per i traduttori di Melville quella frase iniziale è un eterno problema. C’è chi ha detto che gli è costata più lavoro di tutto il resto, che non è poco. È uno di quei casi in cui manca il contesto, e nel contempo ce n’è fin troppo». Sulla scia di alcune acute osservazioni condotte sul filo del paradosso, Aira alla fine proponeva di tradurre così: «Mi viene in mente un’altra soluzione, talmente ovvia in realtà che non mi stupirei se qualcun altro l’avesse già proposta: “Potete darmi del tu”, o “Puoi darmi del tu”».

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Juan José Arreola di César Aira

Nacque nel 1918 a Ciudad Guzmán, Stato di Jalisco, Messico [morì a Guadalajara nel 2001, dopo la pubblicazione del Diccionario de autores latinoamericanos di Aira; ndt]. Non fece studi regolari. In gioventù visse a Guadalajara e a Città del Messico, esercitando mestieri modesti e dedicandosi al teatro, che era la sua passione più grande, e studiò con Rodolfo Usigli e Xavier Villaurrutia, ma già allora scrisse alcuni racconti (nel 1943 pubblicò uno di quelli che avrebbero formato il suo primo libro, Hizo el bien mientras vivió, su una rivista di Guadalajara). Nel 1945 si recò in Francia per studiare teatro, con il patrocinio di Louis Jouvet, che aveva conosciuto a Guadalajara. La permanenza in Francia fu breve. Al suo ritorno cominciò a lavorare presso la casa editrice Fondo de Cultura Económica, dove la correzione delle bozze completò la sua formazione umanistica, e la redazione delle quarte di copertina gli insegnò la concisione, che sarebbe diventata una delle caratteristiche salienti del suo stile. In seguito fu conduttore televisivo e tenne un laboratorio di scrittura e una rivista con lo stesso nome, Mester, dove passarono molti nuovi scrittori messicani, così come nelle collane che diresse: Los Presentes, Cuadernos del Unicornio e altre. Tutti hanno sottolineato la sua intelligente ed entusiastica promozione delle giovani vocazioni. Quanto alla sua opera personale, Arreola fu fondamentalmente uno scrittore di racconti, con un profilo molto singolare. Più che racconti, le sue sono «invenzioni», come le ha chiamate lui stesso, e meritano questo nome. Le ha raccolte in Varia invención (1949), Confabulario (1952), poi un’unica edizione rivedute delle due, con nuovi racconti, fra cui uno dei più perfetti e inquietanti che abbia scritto, La mujer amaestrada. Poi è stata la volta di La hora de todos (1954), Punta de plata (1958), Bestiario (1959), e Confabulario total(1962), che amplia la precedente edizione. Palíndroma è del 1971, e Confabulario personal del 1980. La Feria (1963) è un eccellente e divertente romanzo (l’unico che scrisse) del genere «studio di un paese del profondo Messico», un romanzo collettivo e plurale, privo di un centro, quasi un insieme di vignette che formano serie tematiche o seguono un personaggio, oppure restano isolate; l’asse tematico è la festa con cui si celebra San José, patrono del paese (che non è altro che Zapotlán el Grande, nome del luogo di nascita dell’autore); la festa viene sabotata e fallisce miseramente nell’ultima pagina, il che costituisce un’ulteriore ironia della sociologia umoristica di Arreola.

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Roberto Arlt di César Aira

Roberto Arlt, il più grande romanziere argentino, nacque a Buenos Aires nel 1900, figlio di immigranti giunti da poco nel paese, il padre tedesco e la madre tirolese di lingua italiana. L’ambiente domestico era poverissimo, il padre abbandonò la famiglia per certi periodi e non ebbe un buon rapporto con il figlio, a differenza di quanto accadde alla madre, donna sensibile e piena di immaginazione che praticava lo spiritismo. Secondo quanto affermò lui stesso, Arlt fu espulso «perché buono a nulla» dalle scuole che frequentò. Abbandonò giovanissimo la casa paterna e fece vari lavori modesti: commesso di libreria, apprendista lattoniere, meccanico, venditore a domicilio. Trascorse un paio d’anni nella provincia di Córdoba. Poco dopo aver compiuto vent’anni si sposò e si insediò sulle montagne di Córdoba (la moglie era malata di tubercolosi).

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Miguel Ángel Asturias di César Aira

Miguel Ángel Asturias nacque in Guatemala nel 1899 da una famiglia ricca e in vista. Si laureò in Giurisprudenza nella sua città natale e poi studiò Antropologia e Preistoria americana a Parigi, con George Raynaud; visse nella capitale francese negli anni Venti, e lì realizzò una traduzione del Popol-Vuh a partire dalla versione al francese di Raynaud e scrisse il suo primo libro importante (preceduto da altri di poesia), Leyendas de Guatemala (1930), nel quale sfoggia già il suo ricchissimo stile barocco, con elementi estranei alla lingua spagnola derivati dall’idioma e dal pensiero maya. Al suo ritorno in patria scrisse quello che sarebbe diventato il suo romanzo più famoso, El señor Presidente, che si ispirava alla cruenta e carnevalesca dittatura di Estrada Cabrera, caduta nel 1921. Per motivi di carattere politico il romanzo poté essere pubblicato soltanto nel 1946 e a quel punto significò la consacrazione del suo autore. Si è ricordato il precedente di Valle Inclán con Tirano Banderas, ma Asturias supera di gran lunga il modello, che da semplice caricatura esotica, fredda e artificiosa, si trasforma in un tragico incubo di formidabile vigore stilistico. Ancora migliore è il suo libro successivo, Hombres de maíz (1949), poetica visione della miseria e del misticismo dei contadini guatemaltechi. I suoi tre romanzi successivi formano un ciclo nel quale le posizioni antimperialiste dell’autore raggiungono la massima virulenza: Viento fuerte (1950), El Papa verde (1954) e Los ojos de los enterrados (1960); a cui bisogna aggiungere il volume di racconti Week-end en Guatemala (1956). Le denunce nei confronti della Cia, dei nordamericani in genere e in particolare contro la compagnia United Fruit sono riversate nella magnifica prosa di Asturias, fra lo spagnolo e il cakchiquel, e sempre con grande maestria narrativa.
Nel 1954, alla caduta di Jacobo Arbenz, Asturias dovette prendere la via dell’esilio e andò in Argentina; visse dieci anni a Buenos Aires e si trasferì in Europa dopo un incidente poliziesco durante la repressione anticomunista del governo fantoccio di Guido. La sua produzione cambiò tono e la qualità letteraria diminuì sensibilmente; si caratterizzò sempre di più per un esotismo di carattere turistico, per le nostalgie giovanili, i luoghi comuni magico-religiosi e una crescente confusione generale. Le sue ultime opere sono El alhajadito (1961), Mulata de tal (1963), El espejo de Lida Sal (1967), Maladrón (1969), Viernes de Dolores (1972), Tres de cuatro soles (1977). Nel 1967 ottenne il premio Nobel per la letteratura. Negli ultimi anni di vita fu diplomatico e morì a Madrid nel 1974.
Le sue poesie giovanili sono riunite in Sien de alondra (1948) e quelle della maturità in Clarivigilia primaveral (1965). Fu un poeta classico, spoglio, e predilesse il sonetto (un libriccino pubblicato a Buenos Aires si intitola Ejercicios poéticos en forma de soneto sobre temas de Horacio, 1952). Il suo stile più personale si manifesta nelle traduzioni di poesia indigena: Poesía precolombina, 1960. I suoi saggi sono stati riuniti in América, fábula de fábulas (1972) e El adjectivo y sus arrugas (1981).

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