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Roberto Arlt, quello strano animale idiomatico

«Tutti gli scrittori che amiamo sembrano scrivere in una lingua straniera», parole di Proust che César Aira commenta così: «Credo che il senso della frase sia che, in realtà, ogni scrittore inventa una lingua straniera, che è il suo stile». Ecco dunque un buon motivo per amare Roberto Arlt, che in effetti scriveva in una lingua straniera, quella imparata in casa da bambino, dove né l’odiato padre prussiano né l’ipersensibile madre di origini italiane parlavano con scioltezza lo spagnolo.
Una lingua che era anche quella dei suoi compagni di disavventure – raccontate dal protagonista del suo primo romanzo, Il giocattolo rabbioso –, fatta di prestiti lessicali dall’italiano, ma soprattutto dai vari dialetti della penisola, dato che ben pochi dei numerosissimi emigrati italiani a Buenos Aires erano scolarizzati. Così troviamo termini come malandrinostrunssobagazza, e nelle sue cronache giornalistiche, le Aguafuertes de Buenos Aires, Arlt scrive a più riprese sull’origine italiana di diverse parole: furboberretínsquenun (per quest’ultima chiama in causa nientemeno che Dante). Non mancano nemmeno i francesismi; nei Lanciafiamme troviamo: mansardapoilus (per soldato semplice), e una puttana si rivolge al Ruffiano Melanconico con questa ingiuria: «Nom de Dieu, va t’en te faire enculer».

È un idioma ranero, un gergo da strada, come lo chiama il farmacista Ergueta nei Lanciafiamme in uno dei suoi balordi sermoni: «Se vi parlo con questo gergo da strada è perché mi piace», che suona come una dichiarazione dello stesso Arlt. Questa lingua, che avrebbe preso il nome di cocoliche – da Cocolicchio, il personaggio di una farsa che si rendeva ridicolo per i suoi atteggiamenti e per il modo di vestire –, è infarcita di termini ripresi dal lunfardo (da lunfa, ladro), il gergo della malavita del Río de la Plata, poi entrati a pieno diritto nel linguaggio colloquiale: plata e mango per “denaro”, grela,paica e yiranta per “puttana”, tirascanas e yutas per “poliziotti”, macrò e cafishio per “ruffiani”. È stato Borges a citare divertito la sarcastica frase di Arlt, interrogato a proposito del lunfardo: «Io sono cresciuto per strada, non ho avuto il tempo di studiare queste cose». Lingua straniera, dunque, ostica per le orecchie degli intellettuali che vivevano nelle loro torri d’avorio e si scandalizzavano gridando allo stupro del castigliano, ma quanto mai realistica, espressiva e violenta. «Rajá, turrito, rajá» (Smamma, stronzetto, smamma), è la fulminante risposta di Ergueta nei Sette pazzi alla richiesta di un prestito da parte del protagonista, Remo Erdosain, frase che doveva suonare misteriosa, allora come oggi, per chi lo spagnolo l’aveva imparato soltanto sui libri.
Arlt fu tra i primi a impiegare il voseo – il “voi” al posto del “tu”, tipico della parlata argentina – nel romanzo urbano, e il vesre, o revés, un gioco linguistico che consiste nello spezzare in sillabe le parole e invertire l’ordine: gotan al posto di tango. Nel Giocattolo rabbioso troviamo jetra per traje (vestito), nelle Aguafuertes porteñas, zabeca per cabeza (testa), feca per café, jovie per viejo, tegobitos per bigotitos (baffetti), ecc.
È risaputo che Arlt commetteva errori di ortografia e faceva disperare i redattori che cercavano di correggere la sua imprevedibile punteggiatura o di aggiustare la sua sintassi spericolata, e si accanivano a mettere fra virgolette i termini in lunfardo per marcarne la “stranezza”. Come scrisse nelle sue memorie Elías Castelnuovo, uno dei fondatori del gruppo di Boedo, che certa critica ha voluto opporre insistentemente a quello di Florida, e che Borges ha invece bollato come un’invenzione giornalistica: «Dire che non conosceva la grammatica significa fargli un elogio. Non sapeva nemmeno collocare una virgola per separare una frase dall’altra, e difficilmente riusciva a mettere al suo posto una zeta o a togliere un’acca. Inoltre, usava molte parole di cui ignorava il significato e altre che non erano rintracciabili in nessun dizionario di castigliano, sedotto unicamente dalla magia della loro sonorità». E Eduardo Gonzales Lanuza, uno dei primi biografi di Arlt – è sua la definizione di «strano animale idiomatico» –, ha scritto: «I suoi infortuni grammaticali cominciavano dalla prosodia, visto il modo in cui triturava le parole, allungandole, assaporandole sul palato fino a obbligarle a dare tutto il loro sugo, divertendosi con la loro asprezza. Non c’era vocabolo che passasse indenne attraverso le sue labbra».
Tuttavia, la leggenda della sua presunta mancanza di cultura – a volte vezzosamente alimentata da lui stesso – è stata accantonata da tempo dalla critica più accorta, e del resto viene smentita da tutta l’opera, dove abbondano i riferimenti alle sue letture: non solo Ponson du Terrail, Salgari e la letteratura picaresca, ma Cervantes, Baudelaire, Balzac, Proust, Pio Baroja, Quiroga, Poe, Nietzsche, e naturalmente il suo amato Dostoevskij, sia pure letto in discutibili traduzioni. Vale la pena anche precisare che i termini in lunfardo – d’accordo con il criterio realista – compaiono quasi esclusivamente nei dialoghi dei romanzi e nelle Aguafuertes de Buenos Aires, mentre sono quasi assenti nei racconti: il linguaggio di Arlt, che è il suo stile, è strettamente funzionale ai temi affrontati, tant’è che nel Criador de gorilas, la raccolta dei racconti “africani”, quando volle dimostrare di saper scrivere “bene”, Arlt adottò invece gli stilemi tipici del modernismo-decadentismo.
A chi si ostina ancor oggi a criticare il linguaggio spurio di Arlt, senza voler riconoscere che si tratta di un suo marchio di originalità, oltre che di una presa di posizione “politica” per il rinnovamento della letteratura, ha risposto in modo contundente Rita Gnutzmann nel prologo a un’edizione spagnola del Giocattolo rabbioso: «Ma non è forse vero che l’eterogeneità, la mancanza di una norma linguistica unica, è l’aspetto più evidente dell’Argentina?».

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3 thoughts on “Roberto Arlt, quello strano animale idiomatico

  1. Odradek says:

    Avevo letto che la frase “Io sono cresciuto per strada, non ho avuto il tempo di studiare queste cose” si riferiva al fatto che il lunfardo fosse una lingua un po’ posticcia inventata da chi scriveva canzoni di tango e talvolta utilizzata dalla buona borghesia per darsi un tono da duri. C’è un fondo di verità?

    • Raul Schenardi says:

      Credo che Arlt intendesse polemizzare con quegli intellettuali che volevano racchiudere il lunfardo in qualche dizionario (ne esistono vari) o farne comunque un oggetto di studio quando per sua natura è un po’ inafferrabile. Di certo è nato nell’ambiente della malavita, migrando subito nei testi delle canzoni di tango, ma poi si è diffuso in vari strati sociali, e anche se resta un gergo distintivo di gruppi sociali marginali, non è escluso che venga adottato, magari come posa, anche da qualche rampollo della buona borghesia…

      • Odradek says:

        Grazie per il chiarimento. Ne approfitto per ringraziarla per le sue traduzioni, in particolare per “Il signor presidente” di Asturias che era scomparso da tempo (nonostante il Nobel)

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