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Borges, l’antipatico

Non saprei dire con precisione il momento in cui ho dovuto confessare a me stesso, non senza una sorta di stupore, che Borges, Jorge Luis Borges, lo scrittore che avevo amato da ragazzo soprattutto per i racconti di Finzioni, mi era profondamente, visceralmente antipatico. E faccio fatica anche a ricordare se questa antipatia sia nata e si sia consolidata poco a poco, o se sia trattato invece di una rivelazione improvvisa.

Forse all’origine c’è un famoso aneddoto che non riesco peraltro a situare temporalmente nella biografia di Borges. Eccolo. Al termine di una delle tante conferenze che tenne in qualche biblioteca di provincia (o in una sala della capitale), fu avvicinato da una signora che, dopo entusiastici complimenti, gli confessò ingenuamente: «Sa, anch’io scrivo…». E lui: «Ah sì? E a chi?».

Ora, non negherò che la perfidia della risposta possa suscitare un sorriso malevolo – siamo tutti un po’ carogne –, ma a pensarci bene: si può essere più odiosi? Poteva sempre cavarsela con un sobrio: «Ah sì? E scrive versi o tiene un diario?». Era anche l’occasione di sfoderare una delle sue celebri e celebrate frasi: «Que otros se jacten de las páginas que han escrito; a mi me inorgullecen las que he leído» (i primi due versi della poesia Un lector). Macché. Con tre paroline – «E a chi?» – ha rovinato un paziente lavoro decennale per confezionarsi l’abito della persona modesta. (Alan Pauls accenna alla «politica della modestia» in Il fattore Borges.) Tanto valeva risponderle: «Signora, lo Scrittore sono io, lei tutt’al più scriverà la lista della spesa».

Quella donna era una sua lettrice, il suo pubblico: perché mortificarla così? Senza contare che, per quanto ne sapeva lui, magari era una bravissima scrittrice, che ne so, un’Amparo Dávila, un’Armonia Somers in incognito.

C’entreranno qualcosa la misoginia di cui è stato accusato? gli innumerevoli insuccessi amorosi? le ostinate e plurime richieste di matrimonio respinte? il rapporto un po’ enfermizo con la madre?

Per sgombrare il campo da eventuali malintesi: sugli aspetti più spiacevoli e dolorosi della sua biografia – tratteggiati nel monumentale volume che gli ha dedicato Adolfo Bioy Casares, o consegnati nei ricordi della prima moglie, Estela Canto, della fedele governante Fanny e del suo primo traduttore in inglese, Norman Thomas Di Giovanni – stenderò un velo pietoso. Suscitano casomai, appunto, la pietas, che dovrebbe normalmente sfociare in un sentimento di simpatia. Così come la progressiva cecità. E allora, perché alla fine prevale comunque l’antipatia?

Di certo mi urta il suo spudorato razzismo (e anche chi lo derubrica allegramente a political incorrectness). Gli lascio la parola, non traduco per non rischiare di tradire: «Por supuesto que resultan insoportables los negros… no me desdigo de lo que tantas veces afirmé: los norteamericanos cometieron un grave error al educarlos; como esclavos eran como chicos, eran más felices y menos molestos». Forse era convinto che gli schiavi negri intonassero quei blues (che a lui piacevano tanto) ebbri di felicità dopo una spensierata giornata di lavoro nei campi di cotone.

In una delle sue innumerevoli e compiaciute interviste, alla domanda come avrebbe reagito se avesse avuto un figlio e questo fosse stato nero, rispose: «Noooo… ¡eso jamás hubiera sucedido! Para eso yo hubiera tenido que acostarme con una negra, y eso no pasó jamás ¡por suerte! […] No creo que nadie se podría alegrar de tener un hijo negro, ¡ni los negros!». E ancora, in un crescendo di inconsapevole autolesionismo o in un accesso di demenza senile: «Yo soy racista. […] Limpiaría los Estados Unidos de negros y si se descuidan me correría hasta el Brasil. Si no acaban con los negros, les van a convertir el país en África».

Per non parlare della sua fobia per gli indios: «La estupidez no le importa a nadie. ¿La gente no advierte esos indios, de cara notablemente estúpida, en los frescos de Rivera? ¿Piensa que están pintados contra los indios? El mismo Rivera siente tan poco la estupidez que los pinta a favor». Del resto, il razzismo di Borges si estendeva in tutte le direzioni: «Todo lo que se hace en la India es feo». «Los alemanes vacilan entre el servilismo y la ferocidad.» «¿Vasco? Yo no entiendo cómo alguien puede sentirse orgulloso de ser vasco… Los vascos me parecen más inservibles que los negros y fíjese que los negros no han servido para otra cosa que para ser esclavos». (Da un’intervista di Rodolfo Braceli – argentino ma basco dal lato materno – raccolta nel volume Escritores descalzos. Braceli definirà Borges «giocherellone, perverso, atroce».)

Ce n’è anche per gli italiani, beninteso. Molto sommessamente Roberto Paoli, nel suo Borges e gli scrittori italiani, annota che: «[…] nella narrativa di Borges e in quella scritta con Bioy Casares, nonché in saggi e in interviste, affiorano sovente i segni di una prevenzione e di un risentimento anti-italiano, che non sono tanto suoi personali quanto propri della vecchia classe creola, alla quale egli apparteneva e che subì l’urto della grande ondata immigratoria italiana». (Lo stesso Paoli rileva poi che cominciò a cambiare atteggiamento quando scoprì che in Italia era molto apprezzato.)

Per finire, naturalmente, nell’unica forma di razzismo consentita, anzi, attivamente promossa, la più gettonata al giorno d’oggi: l’autorazzismo: «Todo es de pacotilla en este país»; «¿Será este uno de los países más feos del mundo?».

Dall’ecatombe si salvano soltanto gli ebrei: Borges ha sempre preso le distanze dagli antisemiti, salvo permettersi di raccontare barzellette raccapriccianti sugli ebrei in presenza di ospiti ebrei, per poi stupirsi del loro imbarazzo e del fatto che non ridessero.

L’impronta classista del razzismo di Borges è più che evidente, ma se rimanesse qualche dubbio si può sempre consultare quest’altra affermazione: «La gente rica sufre mucho y es muy desdichada. Los pobres sufren mucho menos que los ricos». Ora, sul fatto che «anche i ricchi piangono» e che «i soldi non fanno la felicità», benché stufi di sentircelo ripetere, penso si possa essere tutti tranquillamente d’accordo, ma che i soldi rendano più infelici non s’era ancora sentita. Diciamo che anche in questo caso, se voleva essere originale a ogni costo, c’è riuscito benissimo. Peccato che l’originalità non si sposi sempre con l’intelligenza.

Lo scrittore e critico messicano Héctor Manjarrez ha fatto un’ampia disamina critica delle discussioni sul Messico e i messicani fra Borges e Bioy Casares nel libro postumo di quest’ultimo. Dopo aver messo in luce la loro completa ignoranza della letteratura messicana contemporanea – conoscevano soltanto Octavio Paz e la moglie Elena Garro, e ignoravano bellamente Azuela, Rulfo, Revueltas, Arreola, Fuentes… –, Manjarrez è arrivato a questa malinconica considerazione: «In generale, è possibile definire Borges un genio, indubbiamente. Tuttavia, abbastanza spesso occorre aggiungere un aggettivo: genio imbecille. Sovente i suoi giudizi sono soltanto il riflesso dei più irritanti pregiudizi della sua nazione e della sua casta, mai sfumati dall’intelligenza. Gli piace essere pieno di pregiudizi, si gode la sua arbitrarietà. E quasi nessuno lo contraddice mai, perlomeno in casa del suo ubbidiente discepolo Bioy Casares, che si indigna e si arrabbia quando sua moglie – la scrittrice Silvina Ocampo, a volte si azzarda a contraddire i maschi, in particolare Borges, su qualsiasi argomento, teorico o pratico». (I corsivi sono nell’originale.)

Con premesse di questo genere, non ci si può stupire delle drastiche e assai discutibili dichiarazioni politiche di Borges, quasi sempre accompagnate peraltro da olimpiche professioni di indifferenza per le questioni politiche, di disprezzo verso i politici, la democrazia («un abuso de la estadística» e la libertà («Yo creo que se le ha dado demasiada importancia»). Il tutto condito da una crassa ignoranza dei problemi di cui discettava (si vantava di non leggere giornali e di non informarsi). E così, si va dall’elogio alla presenza americana in Vietnam, salvo poi meravigliarsi alla notizia che lì era in corso una guerra, all’appoggio a Israele contro gli arabi in occasione della guerra dei Sei giorni, all’esaltazione dei golpisti argentini – «Si, por un azar, en este país de mierda, un grupito de hombres decentes está en el gobierno, debemos apoyarlos» –, salvo poi cadere dalle nuvole di fronte alla «rivelazione» delle torture e dei desaparecidos. Per arrivare ai complimenti a Pinochet («una excelente persona, su cordialidad, su bondad…») che gli aveva consegnato la laurea honoris causa della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Cile il 22 settembre 1976. In quella occasione Borges pronunciò un discorso molto esplicito di appoggio alle dittature di Pinochet e di Videla (il colpo di Stato militare in Argentina si era consumato il 24 marzo): «Estoy muy satisfecho… El hecho de que aqui, también en mi patria, y en Uruguay, se esté salvando la libertad y el orden, sobre todo en un continente anarquizado, en un continente socavado por el comunismo».

Per quanto riguarda la sua posizione nei confronti del peronismo, mi limito a riportare queste parole di Horacio Verbitsky, che ha spulciato dal volume di Bioy Casares le conversazioni dei due amici sul tema: «I capitoli del diario di Adolfo Bioy Casares […] costituiscono un documento interessante per studiare i meccanismi irrazionali dell’odio che l’oligarchia argentina e i ceti medi che si identificavano con quella provavano per tutto ciò che avesse a che fare con l’ex presidente Juan Perón».

Comunque sia, una volta appurato che la politica non era il suo forte, forse qualcuno potrebbe pensare che i giudizi di Borges sugli scrittori e sulla letteratura fossero più misurati, sapienti, magari infallibili. Ahimè, non è così. Una rapida carrellata.

Shakespeare: «No puede uno leerlo sin hacer concesiones… irresponsable, en ningun momento uno puede estar seguro de que un personaje no mate a todos los otros». È un «dilettante, un divino dilettante». (Shakespeare. Un dilettante.)

Goethe: «Il più grande bluff della letteratura»; «Menos mal que no lo tenemos de colega a Goethe. Como se entusiasmaria con toda clase de imbecilidades!»

Rabelais: «[Gargantua y Pantagruel] al principio traté de que me gustara; después comprendí que no queria dormir en el cuarto donde este libro estuviera».

Maupassant: «Todo esta visto de lejos. El autor no se acerca ni que lo maten»; «Un escritor que nació tonto y murió loco».

Stendhal: «Su bagaje de ignorancia es verdaderamente considerable y variado, acaso universal».

T.S. Eliot: «Debería dar el mismo nombre a todos los personajes de sus piezas, para que no se descubriera que intentó diferenciarlos».

Thomas Mann: «Yo creo que era un idiota».

Valéry: «Todo en él se vuelve lejano, frío y muerto, figuras de yeso, aforismos y alegorias».

Baudelaire: «La fama de Baudelaire? La cursileria gusta. Qué triste llenar la literatura de almohadones y muebles y mostrar la maldad como meritoria. Baudelaire es la piedra de toque para saber si una persona entiende algo de poesia, para saber si una persona es un imbécil; si admira a Baudelaire, es un imbécil».

Proust: «En Proust la memoria es un género literario; como las aventuras en otros».

Flaubert: «Nunca pude leer L’éducation sentimentale ni Madame Bovary».

Camus: «beneath contempt».

Virginia Wolf: «Todo es visible y muy lento».

Nabokov: [Dopo aver letto insieme a Bioy le prime pagine di Lolita] «Yo tendria miedo de leer ese libro. Ha de hacer mucho mal a un escritor. Uno advierte que es imposible escribir de otro modo. En seguida, estas haciendo monerías ante el lector, sos un malabarista, sacas tu galera y tu conejo, sos un atareado Fregoli».

Faulkner: «su amaneramento es personal, es inconfundible… y permite el trabajo de los críticos».

Rafael Alberti: «[Marinero en tierra] es una porqueria; pero no es necesario leerlo: basta con conocer Alberti».

Rubén Dario: «Dario, no sé porqué, me incita a ser insolente con él. Me parece una exageracion indecorosa vincular a Rubén Dario con el simbolismo, aproximarlo a Mallamé. Dario fue un precursor en relajaciones: del francés solo importó comodidades métricas y se valió del Petit Larousse para decorar sus versos. Bueno, pero no desearia hablar mal de Dario».

Garcia Lorca: «un andaluz profesional», «un amanerado insoportable» che «tuvo la suerte de ser fusilado» (sic!) (perché quella morte tragica avrebbe contribuito alla sua fama!)

Neruda: «un bruto» (epiteto distribuito generosamente a piene mani); «un discípulo de Lorca, mucho peor que Lorca». Secondo Roberto Bolaño, il personaggio di Carlos Argentino Daneri nel celeberrimo racconto El Aleph sarebbe proprio una satira malevola di Neruda: http://www.perleecicatrici.org/category/bolano-interviste/

(Non a caso Pauls, in una recensione al Borges di Bioy Casares, definisce i due amici «specialisti della maldicenza» e «sacrosanti mandarini dell’ipocrisia», e il libro stesso «una fiera di gioviali infamità messa su da un paio di canaglie. Le risate di due mostri che si concedono una grande festa alle spalle dell’intero pianeta».)

Ci sarebbe poi il capitolo del rapporto di Borges con gli scrittori argentini suoi contemporanei, da Lugones a Sabato, da Arlt a Puig, da Laiseca a Gombrowicz (che argentino però non era se non d’adozione), ma sarà per un’altra volta.

Lascerò per un’altra volta anche la risposta alla domanda fatidica: Borges è uno degli scrittori più importanti (o il più importante tout court) del Novecento? O non sarà piuttosto uno dei più sopravvalutati?

Invece, voglio concludere questa nota così come l’ho aperta, con un altro aneddoto. Il protagonista è Juan Filloy, un sorprendente scrittore argentino contemporaneo di Borges, molto apprezzato da Cortázar e tuttora sconosciuto da noi. Racconta a un intervistatore: «Io sono più anziano di Borges. […] Moltissimi anni fa, quando eravamo giovani, gli inviai una copia del mio libro Estafen. Era un’edizione d’autore e gliela dedicai, come si usava allora: “Con affetto, Juan Filloy”.»

Anni dopo, dovendo recarsi a Buenos Aires, Filloy ne approfitta per fare visita alle librerie di Corrientes. «Cercando fra i libri usati, ne trovai uno mio: Estafen. Mi sembrò molto strano, perché facevo edizioni solo per gli amici. Quando lo aprii, mi meravigliai leggendo la dedica. Era il libro che avevo regalato a Borges!»

L’intervistatore a questo punto commenta: «Che figlio di puttana! Lo aveva venduto?». «Non gliene faccio una colpa» dice, ironico «avrà avuto bisogno di soldi.» «E lei non gliel’ha mai rinfacciato a Borges?» «No», si spaventa. «Non sarebbe stato molto diplomatico… Ho fatto una cosa peggiore», e gli brillano gli occhi come a un bambino. «Ho comprato il libro, sono tornato a casa e gliel’ho spedito un’altra volta in regalo. Sotto la prima dedica ne ho scritta un’altra: Con rinnovato affetto, Juan Filloy.»

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7 thoughts on “Borges, l’antipatico

  1. Grazie per questo articolo per me molto prezioso. Molti anni fa provai a leggere Borges ma non ci riuscii. Anni dopo seppi delle sue liaisons con Pinochet e Videla. Lo scusai… ma ora, grazie al suo articolo, capisco quel mio rifiuto “organico”, e irrazionale… a volte ci si deve fidare della proria irritabilità…

  2. Raphael says:

    Gran parte dei geni sono “antipatici”. Per prima cosa, non sarebbero amici di persone normali come Schenardi, per esempio. Forse questa sarebbe la vendetta di quelli che non sono genii?

  3. Renata Innocenti says:

    Gentile Raul Schenardi,
    sono Renata Innocenti, moglie di quel Roberto Paoli, che lei cita nel suo brillante articolo. La ringrazio di aver ricordato il libro “Borges e gli scrittori italiani”, uscito -purtroppo- postumo. Borges ha occupato molto dell’interesse di studioso di mio marito. Mi fa piacere che, fra gli studiosi più giovani, il suo nome sia ancora vivo!

    • Raul Schenardi says:

      Sono io a ringraziare lei per il suo commento. Posso assicurarle che il libro di suo marito viene letto e apprezzato anche da studiosi ben più giovani di me e rimane uno dei contributi più interessanti ed esaustivi sulla fortuna critica di Borges in Italia.

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