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Felipe Polleri Germania, Germania!

Un titolo del genere, soprattutto di questi tempi, ricorda il sinistro Deutschland über alles, fa pensare a un saggio di economia o di storia (magari all’ottimo Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, di Vladimiro Giacché) ed evoca il cupo scenario di un IV Reich che sorge sulle macerie del «sogno europeo». Ma non si tratta di questo, se non in modo tangenziale (fin dalle prime pagine si evocano infatti le ceneri del ghetto di Varsavia, e la Seconda Guerra Mondiale, con al centro la Germania hitleriana, è uno degli assi tematici del libro). ¡ Alemania, Alemania! in realtà è il titolo del più recente romanzo di uno scrittore uruguayano ancora sconosciuto da noi: Felipe Polleri.

Lautréamont, Horacio Quiroga, Felisberto Hernández, Juan Carlos Onetti, Armonía Somers, Mario Levrero: l’Uruguay è una fucina di scrittori “raros”: rari, o strani, secondo una definizione ormai classica e un po’ abusata. L’ultimo, in ordine di tempo, di questa stirpe è Felipe Polleri, classe 1953, che a proposito di questa classificazione ha le idee molto chiare: «È un’etichetta che nasconde un retropensiero: “invece di leggerlo, diciamo che è un altro scrittore raro”. Essere scrittori in Uruguay è una cosa rara perché, diciamo, poco vantaggiosa. Dev’essere una vocazione molto forte, e quelli che hanno una vocazione molto forte è perché in genere hanno qualcosa da dire, dunque sono rari». Una vocazione molto forte, tradotto in soldoni, può significare anche dover abbandonare un lavoro fisso e sicuro per sacrificarsi al demone della scrittura, rassegnandosi a vivere in povertà. Ne sa qualcosa Polleri, che con una moglie e un figlio lasciò l’incarico di bibliotecario che occupava da quindici anni: «A Mario [Levrero] e a me il lavoro, la semplice parola lavoro (pochi soldi in cambio di molto tempo), faceva orrore». D’altra parte, non è facile ricavarsi un posticino nel cosiddetto «mondo del lavoro» quando non si vorrebbe «né comandare né essere comandati da nessuno». Infatti molti dei personaggi-narratori dei romanzi di Polleri sono artisti incompresi sull’orlo della follia (o decisamente deliranti), e non a caso tra i suoi referenti figurano, fra gli altri, scrittori francesi come Villon, Genet, Rimbaud e Artaud, oltre a Baudelaire, a cui ha dedicato uno dei suoi romanzi dal titolo fuorviante: Gran ensayo sobre Baudelaire.

Del resto, «Io è un altro», la rivelazione di Rimbaud, potrebbe figurare in exergo all’intera opera di Polleri, che comprende, oltre a quelle già citate, nove nouvelles, o romanzi brevi, perché le identità multiple delle sue voci narranti, che fondamentalmente fanno pensare a una sola, sono identità mobili, sempre sul punto di andare in mille pezzi o di imboccare una linea di fuga: «Presto, ci sono altre vite?» (di nuovo Rimbaud). ¡ Alemania, Alemania!, per esempio, è formata da tre racconti relativamente autonomi i cui protagonisti – Christopher, Parsifal e Antoine: un inglese, un tedesco e un francese – sciorinano le loro paranoie e le loro invettive in prima persona, mettendo in scena un gioco di maschere dietro le quali, come in un vero teatro della crudeltà di artaudiana memoria, traspaiono pulsioni e idiosincrasie dell’autore: «Il mondo, come lo racconto nei miei libri, pur con tutte le esagerazioni che volete, è realmente come credo che sia, come lo vedo». E come ha dichiarato nella stessa intervista, sollecitato da una domanda a proposito dello humor nero, dell’ironia e della violenza sempre più presente nei suoi romanzi: «Quando scrivo, a volte rido, e spero che succeda anche al lettore. I miei personaggi sono degli illusi, utopisti che speravano in un mondo migliore e non l’hanno trovato. Di lì nasce il risentimento verso il mondo reale che non ha corrisposto alle loro aspettative. Di solito, quasi sempre, si tratta di artisti in conflitto con la società. Quello che succede in Uruguay, no? Se vuoi dedicarti realmente a un’arte, la società ti emargina. Nel capitalismo, se non guadagni quattrini non vali niente. Il mondo reale è un mondo molto crudele».

In ¡Alemania, Alemania incontriamo un personaggio che dice di chiamarsi Christopher Marlowe e sostiene di essere morto e poi rinato come William Shakespeare – mentre Parsifal dichiara di essere figlio di Mengele –, ma anche una figura assolutamente reale come il dottor Hans Prinzhorn, lo psicoanalista che per primo studiò e collezionò dipinti e disegni dei malati mentali, alcuni dei quali sono riprodotti nel volume, insieme a foto e disegni dell’autore. E anche questa commistione di realtà e immaginazione sfrenata (qualcuno ha parlato di «neoespressionismo») contribuisce a rendere affascinante la lettura di quest’opera visionaria e vertiginosa.

Uno dei tratti comuni a molti “raros” uruguayani, forse con l’eccezione di Onetti, consiste nel circolare in modo sotterraneo e quasi segreto e di essere scoperti solo post mortem. È successo di recente a Mario Levrero – amico e «maestro magico» di Polleri –, che dopo aver pubblicato in vita con piccoli e piccolissimi editori viene ripreso oggi da grandi gruppi editoriali. In Italia è stato pubblicato finora solo Il romanzo luminoso (Calabuig, tr. di Maria Nicola), un’opera postuma in forma diaristica – una delle modalità di scrittura di Levrero –, ma bisogna leggere i suoi splendidi romanzi brevi e le raccolte di racconti per valutare la portata e l’originalità della sua sperimentazione letteraria.

Polleri, però, qualche speranza di sfuggire alla maledizione del «tu vivrai in miseria, ma il tuo cadavere sarà incensato» ce l’ha: hanno cominciato a tradurlo in Francia e in Portogallo, un editore di peso come Tusquet ha ripubblicato in un unico volume due suoi romanzi brevi, e può vantare giudizi lusinghieri di scrittori come Mario Bellatín («Tutti dovrebbero leggere Felipe Polleri, geniale scrittore uruguayano») e Fogwill.

Germania, Germania! Nella traduzione di Loris Tassi, sarà pubblicato nella collana Gli Eccentrici della casa editrice Arcoiris di Salerno grazie a un’iniziativa di crowdfunding.

 

(Pubblicato il 9 gennaio 2016 su Carmilla.)

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