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Raúl Zurita, Gli esclusi

Il titolo di questo pezzo è lo stesso di uno straziante romanzo di Elfriede Jelinek (Die Ausgesperrten, del 1980, mai tradotto in italiano). Me ne sono ricordato a proposito di un nuovo vangelo che si va facendo strada nel nostro mondo: quello della meritocrazia. Esiste una logica del disastro, e consiste nell’opporgli concetti che rendano questo disastro meno evidente, per fare in modo che possa apparire addirittura come un successo. È il ruolo di questa nuova parola. Il suo volto contraffatto è la cancellazione di circa quattro miliardi di persone che in questo vangelo sono di troppo, vale a dire, più o meno l’Africa intera, i quattro quinti dell’America latina e, naturalmente, buona parte dei cileni.

Tanto l’apparente razionalità di questo vangelo quanto il discorso benpensante di cui si ammanta riescono a malapena a nascondere la loro dipendenza dai nuovi poteri, la loro logica profondamente discriminatoria e, al di là delle buone intenzioni, il loro inevitabile fascismo. Non basta l’evidenza dei fatti, per esempio che siano stati precisamente i più meritevoli, persone intraprendenti, efficienti, che avrebbero superato con successo tutti i test di intelligenza, quelli che hanno sganciato la bomba atomica, hanno inventato le camere a gas e creato la tecnologia che ha condotto il nostro pianeta sull’orlo di un collasso ambientale. No, questo naturalmente ai nuovi evangelizzatori non basta; sono talmente imbevuti della loro buona coscienza, e del loro ruolo di paladini delle virtù imposte da una società basata sul libero mercato, che non arrivano neanche a sospettare che la discriminazione in nome di costruzioni così dubbie o equivoche come intelligenza, volontà o talento – con cui si è soliti oggi caratterizzare il cosiddetto merito personale –, è altrettanto crudele, perversa e ingiusta della discriminazione basata sulla razza, sulla stirpe familiare o sui tratti fisici. Non c’è alcuna differenza. Essere intellettualmente dotati o possedere quella che viene chiamata «mentalità ambiziosa», per esempio, sono meriti personali tanto quanto essere alti un metro e novanta o avere gli occhi verdi.

C’è un enorme equivoco, una deformazione mostruosa che porta a non considerare il fatto basilare dell’esistenza, dell’esistenza concreta dell’altro, del dato elementare della sua vita. Sperimento i miei limiti con angoscia e persino con disperazione, ma non concedo assolutamente a nessuno il diritto di elevare il suo privilegio sulle ombre della mia incompletezza, goffaggine o incapacità. E per questo farò appello a tutto: a quell’universo di albe, strade, volti che soltanto io ho visto e che nessuno può aver visto per me; farò appello a ogni idea che mi è passata per la testa, a ogni dolore o gioia che ho sperimentato, a ogni equivoco, a ogni debolezza o insufficienza, per distruggere i ragionamenti di chiunque creda che ciò gli dà diritto di avere qualche potere sulla mia vita. Affermerò quindi che non riconosco altra lealtà né amore che il fatto di sapere che ci sono miliardi di persone la cui sola esistenza, la cui sola e straordinaria esistenza, costituisce il grande rifiuto del giudizio dei poteri. In concreto voglio dire che m’importa, dal punto di vista etico ed estetico, infinitamente di più colui che non supera i test, che non trova lavoro, che non sa sbrigarsela con le pratiche in banca o che non capisce le istruzioni di una confezione di medicine, che tutti i Bill Gates, i Sebastian Piñeras [Politico cileno, presidente della Repubblica dal 2010 all’11 marzo del 2014] o i controllori generali di questo mondo.

Non si tratta dunque dei meriti, ma precisamente del contrario, di coloro a cui mancano quelli che una società o una cultura hanno definito meriti. Il tema non è colui che ha ottenuto il lavoro, ma colui che non l’ha ottenuto. Detto in altro modo, non si tratta della lucidità o della grinta di chi è uscito dalla miseria, ma di chi non ha né la forza né la grinta per uscirne. E nemmeno della povera madre sola che, lavando panni, è riuscita a far sì che i suoi cinque figli frequentassero l’università e diventassero professionisti, ma della povera madre sola i cui figli non ebbero altro destino che la delinquenza; né del ragazzo emarginato di Santiago che ha finito per laurearsi a Harvard, ma del ragazzo altrettanto emarginato che non ce l’ha fatta a prendere la licenza elementare.

Ancora più radicalmente: non è rilevante che chi possiede le qualità e le opportunità soddisfi le aspettative, perché realmente importanti sono coloro che, pur avendo tutte le qualità e le opportunità, sono incapaci di realizzarle. Infatti, anche supponendo l’esistenza di condizioni utopiche, impensabili, tanto più nel Cile odierno, e cioè che si facesse tabula rasa in modo che tutti avessero esattamente le stesse opportunità, l’unico punto che importa è cosa fa la società con quelli che non ce la fanno. In un’impresa è chiaro: li cacciano, e a scuola o all’università li bocciano o, ancora più efficacemente, non li ammettono, ma la società, vale a dire quell’insieme di differenze, vanterie, timori, istitnti omicidi e fantasmi che raggruppiamo sotto la parola società, cosa fa? Li fucila? Li manda in un gulag o ad Auschwitz? Gli mette dei numeri sul braccio? Li condanna a morire di fame o di Aids?

L’orrore definitivo è che la risposta a questa domanda non è ambigua. Siamo riemersi da Auschwitz solo per inventare i nuovi zingari, i nuovi ebrei: quelli senza meriti, quelli che si meritano la loro fame, la gigantesca umanità degli esclusi. Ma, è chiaro, queste domande sono ovvie. In un momento della nostra storia, ovvietà del genere hanno fatto parte dei dati duri e della concezione su cui si è immaginato un futuro. Ma non c’entra la nostalgia che possiamo provare o no per una concezione che è stata distrutta, e distrutta a tal punto che un discorso indubitabilmente discriminatorio, che non fa altro che stabilire il razzismo dell’intelligenza, viene percepito come un progresso democratico da coloro che lo propugnano. Questa somma di grossolanità, pregiudizi, volgarità e miopie rappresentata dal self made man, brillantemente raffigurato dalla corrosiva narrativa nordamericana, è il Messia dei nuovi evangelisti. All’inizio ho citato il libro della Jelinek; concludo citando Antonin Artaud: merde.

 

(Pubblicato sul blog di Sur.)

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