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Miguel Ángel Asturias L’incipit di Il Signor Presidente

Sul portale del Signore

… Illumina, lume d’allume, luminoso Lucifero! Simile a un ronzio persisteva nelle orecchie il rumore delle campane che chiamavano alla preghiera, funebri rintocchi di malessere della luce nell’ombra, dell’ombra nella luce. Illumina, lume d’allume, luminoso Lucifero, illumina il marciume! Illumina, lume d’allume, illumina il marciume, luminoso Lucifero! Illumina, illumina, lume d’allume… allume… illumina… illumina… illumina, lume d’allume… illumina, allume…!
Gli accattoni si trascinavano fra i tavoli delle trattorie nel mercato, smarriti nell’ombra della gelida Cattedrale, dirigendosi verso la Piazza d’Armi lungo strade ampie come mari, nella città che a poco a poco restava indietro, deserta e solitaria.

La notte li riuniva nello stesso momento delle stelle. Si raggruppavano per dormire presso il Portale del Signore, senza altri vincoli comuni a parte la miseria, e si maledicevano l’un l’altro, insultandosi in malo modo con l’astio di nemici che cercano la lite, si affrontavano spesso a gomitate, a volte gettandosi per terra e quant’altro, e in queste risse, dopo essersi sputati addosso, si mordevano rabbiosi. Né guanciali né confidenze aveva mai conosciuto questa famiglia imparentata con l’immondezzaio. Si sdraiavano separatamente, senza spogliarsi, e dormivano come ladri, posando la testa sul sacco che conteneva tutte le loro ricchezze: avanzi di carne, scarpe rotte, mozziconi di candela, pugni di riso bollito avvolti in vecchi giornali, arance e banane andate a male.
Li si vedeva sui gradini del Portale, rivolti verso il muro, contare i soldi, mordere le monete di nichel per scoprire se erano false, parlare da soli, controllare le provviste per la bocca e la guerra – per le strade, infatti, andavano come in guerra, armati di pietre e scapolari – e divorare di soppiatto tozzi di pane secco. Non si è mai saputo che si aiutassero fra loro; avari dei propri avanzi, come tutti i mendicanti, preferivano darli ai cani piuttosto che ai compagni di sventura.
Dopo mangiato, mettevano il denaro in un fazzoletto con sette nodi legato intorno all’ombelico, si stendevano a terra e piombavano in sogni agitati, tristi; incubi nei quali vedevano sfilare sotto i loro occhi maiali famelici, donne smunte, cani malconci, ruote di carri e fantasmi di Padri che entravano nella Cattedrale in processione funebre, preceduti da una tenia di luna crocifissa su gelide tibie. A volte, nel bel mezzo di un sogno, venivano svegliati dalle urla di un idiota convinto di essersi perduto sulla Piazza d’Armi. A volte, dai singhiozzi di una cieca che sognava di essere coperta di mosche, appesa a un gancio come la carne nelle macellerie. A volte, dai passi di una pattuglia che si trascinava dietro a furia di botte un prigioniero politico, seguito da donne che pulivano le tracce di sangue con i fazzoletti imbevuti di lacrime. A volte, dal russare di un tignoso malaticcio o dal respiro di una sordomuta incinta che piangeva spaventata, sentendo di avere un figlio nelle viscere. Ma l’urlo dell’idiota era il più triste. Spaccava il cielo. Era un urlo prolungato, estorto, privo di accenti umani.
Ogni domenica capitava in mezzo a quella strana società un ubriaco che, nel sonno, invocava la madre piangendo come un bambino. Quando l’idiota sentiva la parola “mamma”, che sulla bocca dell’ubriaco era un’imprecazione oltre che un lamento, si drizzava, guardava varie volte da un’estremità all’altra del Portale, di fronte a sé, e dopo essersi svegliato bene e aver svegliato i compagni con le sue urla, piangeva impaurito unendo i suoi singhiozzi a quelli dell’ubriaco.
(Miguel Ángel Asturias, Il Signor Presidente, Edizioni Fahrenheit 451, 2007.)

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