Recensioni

Letture estive / 1

César Aira, Las conversaciones, Beatriz Viterbo, 2008.

 

“Ho sempre diffidato di quegli intellettuali che ignorano l’esistenza dei Rolling Stones.”

 

Non è facile intercettare tutta la produzione letteraria di Aira via via che viene pubblicata. Da un po’ di tempo in qua pubblica 3-4 delle sue “novelitas” all’anno. Questo romanzo, per esempio, che risale al 2008, mi era sfuggito. Si inserisce in una serie ideale inaugurata da “Cumpleaños”, del 2001, proseguita con “Fragmentos de un diario en los Alpes”, del 2002, e con “Como me reí”, del 2005. Tutti questi romanzi sono accomunati da una forte impronta autobiografica e da un tono diaristico, e l’autore si presenta senza più indossare la maschera dello scienziato pazzo (“El congreso de literatura”, “Las curas milagrosas  del doctor Aira”) o dello scrittore ubriacone, frivolo e drogato (“Embalse”). E non ricorre nemmeno alla deformazione di episodi dell’infanzia (“Come diventai monaca”, “El tilo”), ma si limita a presentare un contesto – le conversazioni al bar con gli amici intellettuali e le laboriose riflessioni notturne su queste conversazioni – del tutto plausibile e verosimile, per una volta lontano da incursioni di alieni (“I fantasmi”, “Il marmo”) e da trasformazioni fantasmagoriche (“La serpiente”, “Las noches de Flores”).

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Aira approfondimenti, Approfondimenti, César Aira

I fantasmi, il gotico surreale di César Aira

Los fantasmas, nella nutrita bibliografia delle opere di Aira, è il primo romanzo ambientato nel quartiere di Flores, a Buenos Aires, dove l’autore vive. Inaugura dunque quello che la critica ha chiamato il suo “ciclo urbano”, proseguito poi con La guerra de los gimnasios, La abeja, El sueño, Las noches de Flores, ecc. Il romanzo uscì in Argentina nel 1990, ma la sua stesura, come si evince dalla data in calce, fu ultimata il 13 febbraio 1987. (In fondo a ogni romanzo di Aira si trova una data, quasi a comporre un ideale diario; nel 1987 ne scrisse altri tre: El bautismo, La liebre ed Embalse, fra l’altro consistenti come numero di pagine, segno di un’irrefrenabile vena creativa.)

Los fantasmas presenta alcuni aspetti tematici che lo avvicinano agli altri romanzi “urbani”, ma per limitarsi al punto di vista stilistico vale la pena notare soprattutto una “voglia di realismo” che si manifesta nelle dettagliate descrizioni degli spazi e delle atmosfere, e nelle notazioni sociologiche e di costume. In quegli anni Aira non aveva ancora maturato l’insofferenza per i “tratti circostanziali”, si impegnava a “scrivere bene”, senza sacrificare tutto all’idea centrale della narrazione, e ci ha regalato narrazioni molto godibili, raffinate, ricche di fioriture poetiche, sia quando immerge il lettore nella favolosa e sterminata pampa argentina, come in La liebre, sia quando lo scenario in cui si sviluppano le sue imprevedibili narrazioni è lo spazio ancora indefinito di un edificio in costruzione, come nei Fantasmi. (Spazio che gli consente, fra l’altro, di aprire un’ampia digressione – un’altra costante nella sua opera – sul tema dell’architettura, con excursus di sapore enciclopedico e antropologico sulle concezioni architettoniche di culture esotiche.)

Aira introduce i suoi fantasmi – niente lenzuoli, si tratta di uomini nudi coperti di calce – quasi di soppiatto, tanto che la loro menzione può sfuggire a un lettore poco attento: nel viavai di gente che sale le scale sbuffando – gli ascensori devono ancora essere installati e l’afa è soffocante –, “altri non dovevano sobbarcarsi quella fatica: salivano e scendevano fluttuando, persino attraverso i pavimenti”. La seconda apparizione è altrettanto fugace e inspiegabile: “Sul bordo dell’antenna […] erano seduti tre uomini completamente nudi, il viso rivolto al sole di mezzogiorno; naturalmente, nessuno li vide”. Con la terza apparizione, quando per la prima volta vengono chiamati “fantasmi”, si esce definitivamente dai rassicuranti binari della verosimiglianza e il lettore viene trascinato nel vertiginoso universo di Aira: “Un muratore che passava per caso […] allungò la mano libera e senza fermarsi afferrò il pene di uno di loro, tirandolo mentre continuava a camminare. Il pene si allungò fino a due metri, tre, cinque, dieci, fino al marciapiede. Quando il muratore lo lasciò andare, tornò al suo posto con uno schiocco dagli strani suoni armonici […] I due fantasmi moltiplicarono le risate incontenibili, più forti che mai”.

A questo punto al lettore rimangono due alternative: o, sentendosi defraudato di qualcosa, getta via il libro imprecando contro l’autore e l’editore, oppure comincia a piegare le labbra in un sorriso di meraviglia e decide di arrendersi e di lasciarsi condurre in un’avventura che gli riserverà ben altre sorprese.

Intanto il racconto prosegue con la descrizione della vita all’interno dell’edificio in costruzione: i preparativi per la cena di Capodanno, gli ultimi acquisti al supermercato – i supermercati sono uno dei luoghi prediletti della narrativa di Aira, si pensi a Il marmo –, ma solo i bambini e i cileni (lavoratori immigrati con le loro famiglie) vedono i fantasmi, sempre sarcastici e ridanciani, invisibili per tutti gli altri. I bambini sono alle prese con i loro giochi, affidati alle cure di Patricia, una ragazza quattordicenne che vive il tumulto sessuale tipico della sua età ed è intrigata dalla presenza dei fantasmi e dai discorsi della madre sui “veri uomini”. Del resto, i fantasmi ricambiano la sua curiosità, tanto da rivolgerle la parola per invitarla alla loro festa di Capodanno.

Per tacere, ovviamente, del finale – dirò solo che io l’ho trovato agghiacciante, il punto in cui I fantasmi rientra a pieno titolo nel genere “gotico” cui rimanda fin dal titolo –, concluderò con qualche osservazione dal punto di vista del traduttore. Tradurre Aira è un compito “facile” solo in apparenza. È vero che lui ha affermato di aver scelto un linguaggio volutamente piano e semplice per non complicare troppo la vita al lettore, che già deve districarsi nelle trame spericolate delle sue novelitas, ma le “idee” che sgrana via via, spesso sul filo del paradosso, sono tutt’altro che facili da interpretare, talvolta restano un po’ enigmatiche o ambigue, il che non toglie loro un certo fascino. Nei Fantasmi, in particolare, si incontrano difficoltà di esegesi nella digressione sull’architettura, così come si presentano problemi nella presentazione della sottile dialettica argentini/cileni, con le loro diverse mentalità, usi e costumi, ecc., talvolta di non immediata comprensione per un lettore straniero. Ma lo scoglio principale consiste forse nella resa dei passi dove soffia con maggiore forza una brezza poetica, e in questo caso il traduttore, dopo aver cercato di fare del suo meglio, deve suggerire al lettore di leggersi l’originale.

 

(Pubblicato sul blog di Sur.)

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Aira dizionario, César Aira, Traduzioni

Aira su Lezama Lima

José Lezama Lima nacque nell’Accampamento Militare di Columbia, Cuba, nel 1910; suo padre era colonnello, ingegnere d’artiglieria, e morì prima che il bambino compisse i dieci anni. Visse con la nonna materna fino al 1929, quando il poeta e sua madre, Rosa Lima, che ebbe grande influenza nella sua vita, si trasferirono nella casa di calle Trocadero 162, dove avrebbe sempre vissuto da allora. Studiò diritto e incominciò a scrivere poesie. Una volta laureato, lavorò in uno studio legale. Simultaneamente pubblicò il suo primo libro e fondò la sua prima rivista; il libro è Muerte de Narciso (1937), un solo poema nel quale si coniugano le influenze di Valéry e Góngora e già si intravede il poeta unico e originalissimo che fu; la rivista, Verbum, seguita in rapida successione da Espuela de Plata e Nadie Parecía, e alla fine, in collaborazione con José Rodríguez Feo, Orígenes, nel 1944, di cui uscirono 40 numeri fino al 1957 e che ebbe grande influenza nella letteratura e nella cultura cubane. Dopo la Rivoluzione, Lezama ebbe un incarico ufficiale nel settore dell’editoria e vide crescere la propria fama in seguito alla pubblicazione del suo unico romanzo, Paradiso (1967). Nel 1964 morì sua madre e poco dopo lui sposò Maria Luisa Bautista. Soffriva d’asma fin dall’infanzia e il clima dell’Avana non gli era favorevole, ciononostante non lasciò mai la città; in tutta la sua vita fece solo due brevi viaggi, in Messico e in Giamaica, ma in entrambi i casi si trattò di gite di pochi giorni. Era un uomo immensamente grasso, affezionato al cibo, al bere e ai sigari. Non fu tra gli autori più favoriti dalla critica ufficiale nel suo paese. Morì nel 1976.

La sua opera abbraccia la poesia, la narrativa e la saggistica. In realtà fu un poeta che scrisse un unico romanzo totalizzante, summa della sua opera precedente; e poi la sua continuazione, che rimase inconclusa, e una manciata di racconti; anche i suoi saggi sono tipici di un poeta, indifferente alla verità di ciò che dicono, attento solo al concatenarsi musicale del pensiero. Fu il barocco per eccellenza, il più grande dei discepoli di Góngora, poeta erudito, appassionato, oscuro e infallibilmente stupefacente. Dopo il poema iniziale seguirono Enemigo rumor (1941); Aventuras sigilosas (1945), curioso romanzo in versi; La fijeza (1949), libro della piena maturità, con poesie straordinarie come “Pensamientos en La Habana”, “Rapsodia para el mulo” o “El arco invisible de Viñales”; e Dador (1960), libro voluminoso con i suoi più grandi (e più ermetici) poemi, fra cui “Para llegar a la Montego Bay”, il ciclo di sonetti “Venturas criollas”, l”Himno para la luz nuestra”, “El coche musical”, “Recuerdo de lo semejante”, “Nuncupatoria de entrecruzados”. Nel 1970 uscì la sua Poesía completa, che aggiungeva ai libri precedenti alcune poesie mai raccolte in volume. Dopo la sua morte fu pubblicato Fragmentos a su imán (1977), che raccoglie poesie scritte fra il 1970 e pochi giorni prima della morte, all’altezza delle sue migliori.

Nella rivista Orígenes comparvero alcuni capitoli del romanzo Paradiso, che ebbe una lunga preparazione e fu pubblicato finalmente nel 1967, fra le lodi generali. Autobiografico, proustiano, erudito, omosessuale, rapsodico, squilibrato, non assomiglia a nulla, se non al resto dell’opera di Lezama Lima. È un romanzo di formazione, la storia della giovinezza di un poeta, che sfocia in un segreto iniziatico di impenetrabile ermetismo. Allo sviluppo di quel segreto era dedicata la continuazione, di cui sono rimasti solo frammenti, pubblicati nel 1978 (in un’edizione approssimativa e, con tutta evidenza, deficiente) con il titolo Oppiano Licario.

La sua opera saggistica, inesauribile per la ricchezza dello stile e per le fantastiche interpretazioni della storia e delle arti del mondo, e con momenti altissimi, come la serie Las eras imaginarias, o i suoi due manifesti poetici, “Introducción a un sistema poético” e “La dignidad de la poesía”, o il suo insuperabile omaggio al maestro, “Sierpe de don Luis de Góngora”, non è stata riunita in modo conveniente. Si può leggerla, dispersa e a volte inaccessibile, in Coloquio con Juan Ramón Jiménez (1938), Arístides Fernández (1950), Analecta del reloj (1953), La expresión americana (1957), Tratados en La Habana (1958), La cantidad hechizada (1970), Introducción a los vasos órficos (1971), Las eras imaginarias (1971): questi ultimi, salvo piccole differenze, riprendono gli stessi materiali.

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César Aira

Ave César

Nel 1994 un amico mi inviò un romanzo appena pubblicato in Argentina da Emecé, Los misterios de Rosario, di un autore che non conoscevo affatto: César Aira. Fu una bella sorpresa. Una campus novel che mi ricordò per alcuni dettagli Rumore bianco di De Lillo: entrambi i protagonisti sono professori universitari in crisi, entrambi abusano di una droga, e in tutti e due i romanzi incombe una minaccia apocalittica. Poi il nome del protagonista, Alberto Giordano, accese una scintilla nella mia memoria: Giordano è un critico argentino piuttosto famoso, che insegnava proprio nell’Università di Rosario, lo scenario in cui si svolge il romanzo, e non ne esce troppo bene. In seguito scoprii che altri personaggi figuravano con i loro veri nomi, e la cosa mi incuriosì: chi era questo sconosciuto (per me) che si permetteva di caricaturizzare così esponenti del mondo accademico e editoriale? (Fra gli altri, Adriana Astutti, colonna portante di Beatriz Viterbo, una casa editrice che ha pubblicato diversi suoi romanzi e saggi, nonché un libro di Giordano, e Sandra Contreras, autrice di uno dei saggi più pregnanti e acuti sull’opera di Aira: Las vueltas de César Aira) Naturalmente Aira all’epoca non era affatto uno sconosciuto, ma era ancora “il segreto meglio custodito della letteratura argentina”. Non abbastanza però da sfuggire all’attenzione del compianto Angelo Morino, che nel 1991 aveva tradotto e fatto pubblicare presso Bollati-Boringhieri Ema la prigioniera (uscito dieci anni prima in Argentina). La sorpresa alla lettura di questo romanzo fu ancora più grande: se Los misterios de Rosario – allusione ironica ai Misteri di Parigi di Sue – non lasciava dubbi sul fatto che Aira si proponeva di far deragliare il realismo verso un fantastico non più erede di Borges o Cortazar, Ema la prigioniera mette in discussione la tradizione del romanzo storico e insieme la visione che l’intellettualità argentina, da Sarmiento in poi, ha sempre avuto della dicotomia civiltà/barbarie. Nel romanzo di Aira infatti gli indigeni parlano come philosophes francesi, si intrattengono chiacchierando di frivolezze e giocano a fare i capitalisti, mandando a gambe levate una verosimiglianza costruita pazientemente con incantevoli descrizioni di paesaggi e cambi atmosferici e di luce. Solo più tardi infatti Aira comincerà a maturare una feroce idiosincrasia nei confronti di quelli che ha definito “tratti circostanziali” e smetterà di “scrivere bene”, vale a dire con dispendio di dettagli e alla ricerca della perfezione stilistica, per concentrarsi invece sulle storie e sulle idee che queste sono capaci di veicolare. Tanto da ripudiare Canto castrato, del 1984, il suo romanzo più lungo – 297 pagine nell’edizione spagnola Mondadori del 2003 –, in quanto ancora troppo “tradizionale”, a suo dire.

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César Aira, Il mago

«Tutti sognano di avere dei “poteri”, ma nessuno pensa seriamente a cosa farne nella pratica.» Nessuno eccetto Hans Chans, mago argentino che possiede una facoltà unica: in scena non ha bisogno di trucchi né di assistenti, perché lui è un vero mago: gli basta desiderare qualcosa perché si realizzi, che si tratti di attraversare un muro o di «far galleggiare a mezz’aria sopra la testa degli spettatori ippopotami di nichel a grandezza naturale». Ma la logica del desiderio è perversa: pur essendo in grado di battere «quell’imbecille di David Copperfield», finora Chans si è limitato a copiare i numeri degli illusionisti, trattenuto da mille dubbi e paure, ed è «diventato uno dei tanti maghi di professione». Questa volta, però, ha deciso di presentarsi a un congresso internazionale a Panama per essere riconosciuto come «il Miglior Mago del Mondo».
Per cominciare, deve escogitare il numero destinato a consacrarlo, ma per questo conta sulla sua capacità d’improvvisare. («L’improvvisazione è l’arte della felicità», ha scritto altrove Aira) e soprattutto, impresa quasi disperata, deve trovare un programma con l’ora del suo spettacolo. Intanto, accompagnato da un giovanotto che si mette al suo servizio, visita le bellezze turistiche della città, compreso il fanoso Canale, senza rendersi conto d’indossare sempre l’abito di scena. Sta di fatto che l’unica magia cui assisteremo è il volo di uno spazzolino da denti della stanza d’hotel, seguito da un dialogo surreale con rasoio, saponetta e schiuma da barba. E nemmeno ci si aspetti un approfondimento psicologico del personaggio.
In previsione dello sconcerto che coglierà qualche lettore, e senza rivelare il finale, dove si svela la metafora, basterà dire che questo testo singolare è un raro omaggio alla scrittura da parte di un autore considerato fino a pochi anni fa (con una cinquantina di romanzi pubblicati) «il segreto meglio custodito della letteratura argentina». Bisognerà riparlarne.

 

César Aira, Il mago, tr. di Michela Finassi Parolo, Feltrinelli 2006.

(Pubblicato su Pulp, n. 61, maggio-giugno 2006)

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