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Virgilio Piñera, La battaglia

La battaglia sarebbe iniziata con precisione matematica alle undici del mattino. I generalissimi di entrambi gli eserciti si vantavano dell’efficienza e del coraggio dei loro soldati, e se si fosse dato credito all’entusiasmo dei generalissimi si sarebbe caduti nel grave errore logico di supporre che dovessero verificarsi inevitabilmente due vittorie. Tuttavia, seguendo queste stesse deduzioni logiche, bisogna ammettere che qualcosa di strano cominciava a deformare quelle concezioni. Per esempio, il generalissimo dell’esercito trincerato sulla collina mostrò un evidente disappunto nel constatare, cronometro in mano, che alle undici e cinque minuti non era ancora avvenuto l’indebolimento delle difese esterne del suo esercito da parte dell’aviazione nemica. Tutto questo era così insolito, contravveniva talmente allo spirito di regolarità della battaglia, che senza poter nascondere i propri timori prese il telefono da campo per comunicarlo al rivale, il generalissimo dell’altro esercito, trincerato a sua volta nell’ampia pianura di fronte alla succitata collina. Questi rispose altrettanto angosciato. Erano già trascorsi cinque minuti e l’indebolimento delle difese esterne non dava segno di iniziare. Impossibile cominciare la battaglia senza questa operazione preparatoria. Le cose però si complicarono perché i carristi si rifiutarono di dare l’assalto. I generalissimi pensarono al procedimento sbrigativo della fucilazione. Neanche questo fu possibile portare a termine. I generalissimi si ritrovarono d’accordo sul fatto che il rifiuto di combattere non derivava dalle cause che si riassumono nella ben nota frase: “basso morale delle truppe…”. Allo scopo di dare un esempio di disciplina e ubbidienza alla causa militare, i generalissimi intrapresero una singolare battaglia: alla guida ciascuno di un grande carro armato si scontrarono come due giganti. Il combattimento fu breve e morirono entrambi. Davanti a uno specchietto appeso a un treppiedi, un soldato si radeva. Un gatto enorme gironzolava intorno a un paracadute aperto.

Il cane mascotte delle truppe trincerate nella pianura mordicchiava con indolenza una mano del generalissimo trincerato sulla collina. Non era arrischiato supporre che alle dodici e un quarto la battaglia non era ancora iniziata.

 

Il racconto “La batalla”, del 1944, fa parte della raccolta Cuentos fríos. Su Virgilio Piñera si può leggere qui la voce che gli ha dedicato César Aira nel suo Diccionario. Un racconto di Piñera è stato pubblicato sul blog di Sur.

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Paco Ignacio Taibo II, L’inviato (un omaggio a Philip Dick)

Lo scrittore sollevò lo sguardo, si alzò lentamente dalla poltrona su cui stava dormicchiando e mi fissò.

«E poi?»

«Non so.»

«Lei però mi ha detto che il fulcro della storia è Hollywood. Una Hollywood messicana.»

«Esatto. L’ipotesi è che i nordamericani non abbiano vinto la guerra del 1847, e che la California, l’Arizona e il Nuovo Messico siano rimasti messicani. La seconda ipotesi è che gli emigranti europei che diedero vita all’industria cinematografica, all’inizio del secolo, lo avrebbero fatto in territorio messicano, su una collina dei dintorni di Los Angeles chiamata Santobosque.»

«E perché mi racconta questa storia?»

«Ho sentito dire in giro che le interessano le ucronie.»

«Mi interessa la sua ipotesi. Io non sarei nato, non mi troverei qui e questa conversazione non si starebbe svolgendo…»

«Non necessariamente, anche se le cose sarebbero abbastanza differenti.»

Si tolse gli occhiali e si portò la mano alla testa. Doveva smaltire l’effetto di una dozzina di barbiturici. Pensava lentamente. Stava perdendo i capelli per colpa della marijuana. Si accese un sigaro, un Regio di Nayarit.

«E io come mi chiamerei, se le cose fossero andate così?»

«Non saprei, immagino Felipe K. Cazzo.»

«Non mi piace.»

«In effetti non è molto onorevole. Suona malissimo» dissi, ammettendo la sfortuna.

«Quindi, lei verrebbe a raccontarmi questa storia e nel giro di pochi istanti, o di qualche ora, o di qualche giorno, dovrebbe arrivarmi una telefonata con la proposta di girare un film basato su uno dei miei romanzi. Per la precisione, una versione cinematografica del Cacciatore di androidi

«Immagino di sì.»

«Ma Los Angeles continuerebbe a essere Los Angeles?»

«Ci sono più rivendite di tacos che nella versione della California nordamericana, più mariachi, ma sì. E poi la sua storia è ambientata nel futuro. Ma che importa?»

«Senta…» mi domandò inquieto, «e Griffith e la Nascita di una nazione

«Il film ha avuto un grande successo. L’ha girato Eulalio Bedoya.»

«Quarto potere l’ha fatto Orson Welles?»

«Sì, e appena finite le riprese ha sposato Dolores del Rio e ha preso la nazionalità messicana. Vive a Veracruz.»

«Gli Stati Uniti senza Hollywood non esistono».

«Più o meno. Lincoln ha perso la guerra di secessione, Chaplin è sbarcato ad Antigua, ma ha girato lo stesso Il grande dittatore. Il Texas ha conservato l’indipendenza, l’Indio Fernandez ha girato L’angelo azzurro con Marlene Dietrich. Pola Negri e Buster Keaton vivono ancora a Tijuana. A Pearl Harbour non è successo niente, in compenso i giapponesi hanno bombardato Cabo San Lucas… Si presume che lei sia cittadino di un paese senz’anima.»

«Immagino che ce lo meritiamo» disse Philip Dick dirigendosi verso il frigorifero per prendere una birra Sol, poi tornò strascicando le ciabatte e pensò che Felipe K. Cazzo non era un nome così brutto, in fin dei conti.

Quando rientrò nella sua stanza l’inviato non c’era più, io me n’ero andato. Non sembrò dare troppa importanza alla mia scomparsa.

Si sedette alla macchina e cominciò a scrivere, furiosamente. Se quelli del cinema gli avrebbero comprato un romanzo che non aveva ancora scritto, era meglio scriverlo. Come aveva detto che si intitolava? I fottuti robot sognano pecore meccaniche? Era meglio scriverlo, e sarebbe stato meglio che la telefonata arrivasse dopo, per concedergli la settimana extra di cui aveva bisogno.

Le luci del boulevard Santobosque entravano con forza, assumendo il colore arancione di una tenda e diffondendo nella stanza i riflessi della cornice d’argento di uno specchio di Taxco.

Il ticchettio dei tasti era musica. Musica di Vangelis, perché le cose non erano cambiate poi tanto.

 

(Pubblicato su Pulp n. 52, 2004.)

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In memoriam di Gustavo Escanlar

Non ricordo come entrai in contatto con Gustavo Escanlar, scrittore, giornalista, critico musicale e conduttore di programmi televisivi uruguayano deceduto il 12 novembre 2010 a soli 48 anni. Forse tramite il suo amico e connazionale Gabriel Peveroni. Fino a quel momento avevo letto solo alcuni suoi racconti presenti in importanti antologie internazionali: Gritos y susurros, che compariva nella celebre McOndo, curata da Alberto Fuguet e Sergio Gómez e pubblicata dalla Mondadori spagnola nel 1996; Una fiesta popular, in Líneas Aéreas, della casa editrice spagnola Lengua de trapo, del 1999; e Pequeño diccionario Spanglish ilustrado, in Se habla español. Voces latinas en Usa, curato da Edmundo Paz Soldan e Alberto Fuguet per Alfaguara, del 2000, e edito anche negli Stati Uniti.

Escanlar, molto gentilmente, mi inviò tutti i suoi libri e così cominciai a farmi un’idea più precisa di cosa si muoveva nell’underground di Montevideo. Oltre a Crónica roja. Los crímenes que estremecieron a los uruguayos, un excursus impressionante nei fatti di cronaca nera uruguayani dal 1770 al 2000, Escanlar aveva pubblicato due raccolte di racconti e testi ibridi di sapore pop e pulp: Oda al niño prostituto, del 1993, e No es falta de cariño, del 1997, con alcune illustrazioni tratte da fumetti porno. A colpirmi di più comunque furono due romanzi: Estokolmo (pubblicato nel 1998 da Grijalbo Mondadori in una collana dove erano già comparsi romanzi di Virginie Despentes, Poppy Z. Brite, Aldo Nove e Gus Van Sant) e il sequel Dos o tres cosas que sé de Gala, ripubblicato più tardi in Spagna con il titolo La alemana.

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Aira su Lezama Lima

José Lezama Lima nacque nell’Accampamento Militare di Columbia, Cuba, nel 1910; suo padre era colonnello, ingegnere d’artiglieria, e morì prima che il bambino compisse i dieci anni. Visse con la nonna materna fino al 1929, quando il poeta e sua madre, Rosa Lima, che ebbe grande influenza nella sua vita, si trasferirono nella casa di calle Trocadero 162, dove avrebbe sempre vissuto da allora. Studiò diritto e incominciò a scrivere poesie. Una volta laureato, lavorò in uno studio legale. Simultaneamente pubblicò il suo primo libro e fondò la sua prima rivista; il libro è Muerte de Narciso (1937), un solo poema nel quale si coniugano le influenze di Valéry e Góngora e già si intravede il poeta unico e originalissimo che fu; la rivista, Verbum, seguita in rapida successione da Espuela de Plata e Nadie Parecía, e alla fine, in collaborazione con José Rodríguez Feo, Orígenes, nel 1944, di cui uscirono 40 numeri fino al 1957 e che ebbe grande influenza nella letteratura e nella cultura cubane. Dopo la Rivoluzione, Lezama ebbe un incarico ufficiale nel settore dell’editoria e vide crescere la propria fama in seguito alla pubblicazione del suo unico romanzo, Paradiso (1967). Nel 1964 morì sua madre e poco dopo lui sposò Maria Luisa Bautista. Soffriva d’asma fin dall’infanzia e il clima dell’Avana non gli era favorevole, ciononostante non lasciò mai la città; in tutta la sua vita fece solo due brevi viaggi, in Messico e in Giamaica, ma in entrambi i casi si trattò di gite di pochi giorni. Era un uomo immensamente grasso, affezionato al cibo, al bere e ai sigari. Non fu tra gli autori più favoriti dalla critica ufficiale nel suo paese. Morì nel 1976.

La sua opera abbraccia la poesia, la narrativa e la saggistica. In realtà fu un poeta che scrisse un unico romanzo totalizzante, summa della sua opera precedente; e poi la sua continuazione, che rimase inconclusa, e una manciata di racconti; anche i suoi saggi sono tipici di un poeta, indifferente alla verità di ciò che dicono, attento solo al concatenarsi musicale del pensiero. Fu il barocco per eccellenza, il più grande dei discepoli di Góngora, poeta erudito, appassionato, oscuro e infallibilmente stupefacente. Dopo il poema iniziale seguirono Enemigo rumor (1941); Aventuras sigilosas (1945), curioso romanzo in versi; La fijeza (1949), libro della piena maturità, con poesie straordinarie come “Pensamientos en La Habana”, “Rapsodia para el mulo” o “El arco invisible de Viñales”; e Dador (1960), libro voluminoso con i suoi più grandi (e più ermetici) poemi, fra cui “Para llegar a la Montego Bay”, il ciclo di sonetti “Venturas criollas”, l”Himno para la luz nuestra”, “El coche musical”, “Recuerdo de lo semejante”, “Nuncupatoria de entrecruzados”. Nel 1970 uscì la sua Poesía completa, che aggiungeva ai libri precedenti alcune poesie mai raccolte in volume. Dopo la sua morte fu pubblicato Fragmentos a su imán (1977), che raccoglie poesie scritte fra il 1970 e pochi giorni prima della morte, all’altezza delle sue migliori.

Nella rivista Orígenes comparvero alcuni capitoli del romanzo Paradiso, che ebbe una lunga preparazione e fu pubblicato finalmente nel 1967, fra le lodi generali. Autobiografico, proustiano, erudito, omosessuale, rapsodico, squilibrato, non assomiglia a nulla, se non al resto dell’opera di Lezama Lima. È un romanzo di formazione, la storia della giovinezza di un poeta, che sfocia in un segreto iniziatico di impenetrabile ermetismo. Allo sviluppo di quel segreto era dedicata la continuazione, di cui sono rimasti solo frammenti, pubblicati nel 1978 (in un’edizione approssimativa e, con tutta evidenza, deficiente) con il titolo Oppiano Licario.

La sua opera saggistica, inesauribile per la ricchezza dello stile e per le fantastiche interpretazioni della storia e delle arti del mondo, e con momenti altissimi, come la serie Las eras imaginarias, o i suoi due manifesti poetici, “Introducción a un sistema poético” e “La dignidad de la poesía”, o il suo insuperabile omaggio al maestro, “Sierpe de don Luis de Góngora”, non è stata riunita in modo conveniente. Si può leggerla, dispersa e a volte inaccessibile, in Coloquio con Juan Ramón Jiménez (1938), Arístides Fernández (1950), Analecta del reloj (1953), La expresión americana (1957), Tratados en La Habana (1958), La cantidad hechizada (1970), Introducción a los vasos órficos (1971), Las eras imaginarias (1971): questi ultimi, salvo piccole differenze, riprendono gli stessi materiali.

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Roberto Arlt, Piccoli proprietari

 

Una sera Eufrasia, poco dopo aver cenato, disse a Joaquín, suo marito: «Sai? Ho l’impressione che quello che abita di fianco a noi rubi dei materiali al poveretto a cui sta costruendo la casa».

Joaquín la guardò di sbieco, cupo, con il suo occhio di vetro.

«E questa da dove la tiri fuori?»

«Perché oggi al tramonto è arrivato con il carretto carico di polvere di mattoni e coperto da sacchi, per nasconderlo».

«Non è possibile».

«Sì, perché ieri aveva delle piastrelle sotto il braccio, anche quelle avvolte in un sacco rotto. E si vedeva l’angolo».

«Allora… chissà!»

«Sì… me ne sono accorta anche quando aveva l’altro cantiere. All’inizio arrivava presto con il carretto, poi, quando stava per finire, molto più tardi, e sempre con il carretto coperto. Con quel materiale devono aver costruito una tettoia».

Taciturno, Joaquín ribatté: «Certo, così è facile costruirsi case e tettoie per fare invidia agli altri».

Poi non parlarono più. Cenarono in silenzio e l’occhio di Joaquín, commesso viaggiatore e piccolo proprietario, era immobile come l’altro di vetro.

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