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Enrique Serna, Uomo con minotauro sul petto

(seconda parte)

Mi svegliai quarantotto ore dopo in un sotterraneo maleodorante. Immagino che mi avessero dato una dose di sonnifero capace di stordire un cammello. Non vidi mai in faccia i sequestratori. Temendo che potessi identificarli, quando mi portavano da mangiare indossavano maschere di Paperino. Disteso in un giaciglio pidocchioso, sentivo il gocciolio della pioggia, gli squilli di un telefono, il lontano ronzio dei tram. A tormentarmi, più della scomodità, era non sapere quale sarebbe stato il mio destino. Avrebbero chiesto un riscatto alle autorità di New Blackwood? Mi avrebbero strappato la pelle per venderla al mercato nero?

Recuperai la serenità quando uno dei rapitori ebbe la bontà di dirmi che mi trovavo ad Amburgo. Il mio furto era stato un lavoretto commissionato dal magnate tedesco Heinrich Kranz, meglio conosciuto come il Re delle Nevi per la sua implicazione nel traffico internazionale di cocaina. Kranz aveva ordinato di non portarmi via dal sotterraneo fino al giorno del compleanno della moglie: voleva farle una sorpresa. Venni condotto con gli occhi bendati in un castello nella Selva Nera – la casa in campagna di Kranz – dove si teneva la festa. In un salone enorme, illuminato con gli effetti pirotecnici di una discoteca, era riunito il fior fiore dei corrotti del jet set europeo. Appena mi ripresi dalla vertigine iniziale, contemplai inorridito alcune sagome che in seguito mi sarebbero divenute familiari.

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Enrique Serna, Uomo con minotauro sul petto

(prima parte)

Voglio raccontare la storia del bambino che chiese un autografo a Picasso. Come tutti sanno, all’inizio degli anni ’50 Picasso viveva a Cannes e ogni mattina prendeva il sole sulla spiaggia La Californie. Il suo passatempo preferito era giocare con i bambini che facevano castelli di sabbia. Un turista, notando quanto gli piaceva la compagnia infantile, mandò il figlio a chiedergli un autografo. Dopo aver ascoltato la richiesta del piccolo, Picasso guardò con disprezzo l’uomo che lo usava come intermediario. Se c’era una cosa che detestava della celebrità era che la gente comprasse la sua firma e non i suoi quadri. Fingendosi deliziato dalla grazia del bambino, chiese al padre il permesso di portarlo nel suo studio per regalargli un disegno. Il turista diede il consenso più che volentieri, e mezz’ora più tardi vide tornare il figlio con un minotauro tatuato sul petto. Picasso gli aveva concesso la firma tanto desiderata, ma impressa sulla pelle del bambino per impedirgli di farne commercio. Questo, mutatis mutandis, è l’aneddoto che raccontano i biografi del pittore di Málaga. Tutti celebrano l’episodio, convinti che Picasso abbia impartito una lezione ai mercanti d’arte. Da tempo avrei dovuto contraddirli, ma divulgare la verità non mi conveniva.

Adesso non posso più starmene zitto. So che maneggiano informazioni di seconda mano. So che mentono. E lo so perché il bambino del tatuaggio ero io, e la mia vita è una prova irrefutabile del fatto che la rapacità dei mercanti ha trionfato su Picasso. Tanto per cominciare, voglio mettere in chiaro che mio padre non era un turista né si è mai preso una vacanza fin quando ho vissuto al suo fianco. Sia lui che mia madre erano nati a Cannes, dove lavoravano come guardiani nella villa della signora Reeves, un’obesa milionaria cinquantenne, americana naturalmente, che passava le estati in Costa Azzurra e per il resto del tempo divideva il suo ozio – un ozio tanto grande da non trovare posto in una sola città – fra Firenze, Parigi, Valparaíso e New York. Eravamo una famiglia di cattolici praticanti a cui Dio ogni anno concedeva un figlio, e dato che le nostre entrate, insensibili al precetto biblico, non crescevano né si moltiplicavano, soffrivamo una miseria che a lungo andare arrivò a sfiorare la denutrizione. Mio padre aveva visto sul giornale la foto di Picasso e pensò di poter guadagnare qualche soldo con l’autografo. Lo scherzo del pittore non lo scoraggiò.

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Virgilio Piñera, La battaglia

La battaglia sarebbe iniziata con precisione matematica alle undici del mattino. I generalissimi di entrambi gli eserciti si vantavano dell’efficienza e del coraggio dei loro soldati, e se si fosse dato credito all’entusiasmo dei generalissimi si sarebbe caduti nel grave errore logico di supporre che dovessero verificarsi inevitabilmente due vittorie. Tuttavia, seguendo queste stesse deduzioni logiche, bisogna ammettere che qualcosa di strano cominciava a deformare quelle concezioni. Per esempio, il generalissimo dell’esercito trincerato sulla collina mostrò un evidente disappunto nel constatare, cronometro in mano, che alle undici e cinque minuti non era ancora avvenuto l’indebolimento delle difese esterne del suo esercito da parte dell’aviazione nemica. Tutto questo era così insolito, contravveniva talmente allo spirito di regolarità della battaglia, che senza poter nascondere i propri timori prese il telefono da campo per comunicarlo al rivale, il generalissimo dell’altro esercito, trincerato a sua volta nell’ampia pianura di fronte alla succitata collina. Questi rispose altrettanto angosciato. Erano già trascorsi cinque minuti e l’indebolimento delle difese esterne non dava segno di iniziare. Impossibile cominciare la battaglia senza questa operazione preparatoria. Le cose però si complicarono perché i carristi si rifiutarono di dare l’assalto. I generalissimi pensarono al procedimento sbrigativo della fucilazione. Neanche questo fu possibile portare a termine. I generalissimi si ritrovarono d’accordo sul fatto che il rifiuto di combattere non derivava dalle cause che si riassumono nella ben nota frase: “basso morale delle truppe…”. Allo scopo di dare un esempio di disciplina e ubbidienza alla causa militare, i generalissimi intrapresero una singolare battaglia: alla guida ciascuno di un grande carro armato si scontrarono come due giganti. Il combattimento fu breve e morirono entrambi. Davanti a uno specchietto appeso a un treppiedi, un soldato si radeva. Un gatto enorme gironzolava intorno a un paracadute aperto.

Il cane mascotte delle truppe trincerate nella pianura mordicchiava con indolenza una mano del generalissimo trincerato sulla collina. Non era arrischiato supporre che alle dodici e un quarto la battaglia non era ancora iniziata.

 

Il racconto “La batalla”, del 1944, fa parte della raccolta Cuentos fríos. Su Virgilio Piñera si può leggere qui la voce che gli ha dedicato César Aira nel suo Diccionario. Un racconto di Piñera è stato pubblicato sul blog di Sur.

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Paco Ignacio Taibo II, L’inviato (un omaggio a Philip Dick)

Lo scrittore sollevò lo sguardo, si alzò lentamente dalla poltrona su cui stava dormicchiando e mi fissò.

«E poi?»

«Non so.»

«Lei però mi ha detto che il fulcro della storia è Hollywood. Una Hollywood messicana.»

«Esatto. L’ipotesi è che i nordamericani non abbiano vinto la guerra del 1847, e che la California, l’Arizona e il Nuovo Messico siano rimasti messicani. La seconda ipotesi è che gli emigranti europei che diedero vita all’industria cinematografica, all’inizio del secolo, lo avrebbero fatto in territorio messicano, su una collina dei dintorni di Los Angeles chiamata Santobosque.»

«E perché mi racconta questa storia?»

«Ho sentito dire in giro che le interessano le ucronie.»

«Mi interessa la sua ipotesi. Io non sarei nato, non mi troverei qui e questa conversazione non si starebbe svolgendo…»

«Non necessariamente, anche se le cose sarebbero abbastanza differenti.»

Si tolse gli occhiali e si portò la mano alla testa. Doveva smaltire l’effetto di una dozzina di barbiturici. Pensava lentamente. Stava perdendo i capelli per colpa della marijuana. Si accese un sigaro, un Regio di Nayarit.

«E io come mi chiamerei, se le cose fossero andate così?»

«Non saprei, immagino Felipe K. Cazzo.»

«Non mi piace.»

«In effetti non è molto onorevole. Suona malissimo» dissi, ammettendo la sfortuna.

«Quindi, lei verrebbe a raccontarmi questa storia e nel giro di pochi istanti, o di qualche ora, o di qualche giorno, dovrebbe arrivarmi una telefonata con la proposta di girare un film basato su uno dei miei romanzi. Per la precisione, una versione cinematografica del Cacciatore di androidi

«Immagino di sì.»

«Ma Los Angeles continuerebbe a essere Los Angeles?»

«Ci sono più rivendite di tacos che nella versione della California nordamericana, più mariachi, ma sì. E poi la sua storia è ambientata nel futuro. Ma che importa?»

«Senta…» mi domandò inquieto, «e Griffith e la Nascita di una nazione

«Il film ha avuto un grande successo. L’ha girato Eulalio Bedoya.»

«Quarto potere l’ha fatto Orson Welles?»

«Sì, e appena finite le riprese ha sposato Dolores del Rio e ha preso la nazionalità messicana. Vive a Veracruz.»

«Gli Stati Uniti senza Hollywood non esistono».

«Più o meno. Lincoln ha perso la guerra di secessione, Chaplin è sbarcato ad Antigua, ma ha girato lo stesso Il grande dittatore. Il Texas ha conservato l’indipendenza, l’Indio Fernandez ha girato L’angelo azzurro con Marlene Dietrich. Pola Negri e Buster Keaton vivono ancora a Tijuana. A Pearl Harbour non è successo niente, in compenso i giapponesi hanno bombardato Cabo San Lucas… Si presume che lei sia cittadino di un paese senz’anima.»

«Immagino che ce lo meritiamo» disse Philip Dick dirigendosi verso il frigorifero per prendere una birra Sol, poi tornò strascicando le ciabatte e pensò che Felipe K. Cazzo non era un nome così brutto, in fin dei conti.

Quando rientrò nella sua stanza l’inviato non c’era più, io me n’ero andato. Non sembrò dare troppa importanza alla mia scomparsa.

Si sedette alla macchina e cominciò a scrivere, furiosamente. Se quelli del cinema gli avrebbero comprato un romanzo che non aveva ancora scritto, era meglio scriverlo. Come aveva detto che si intitolava? I fottuti robot sognano pecore meccaniche? Era meglio scriverlo, e sarebbe stato meglio che la telefonata arrivasse dopo, per concedergli la settimana extra di cui aveva bisogno.

Le luci del boulevard Santobosque entravano con forza, assumendo il colore arancione di una tenda e diffondendo nella stanza i riflessi della cornice d’argento di uno specchio di Taxco.

Il ticchettio dei tasti era musica. Musica di Vangelis, perché le cose non erano cambiate poi tanto.

 

(Pubblicato su Pulp n. 52, 2004.)

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In memoriam di Gustavo Escanlar

Non ricordo come entrai in contatto con Gustavo Escanlar, scrittore, giornalista, critico musicale e conduttore di programmi televisivi uruguayano deceduto il 12 novembre 2010 a soli 48 anni. Forse tramite il suo amico e connazionale Gabriel Peveroni. Fino a quel momento avevo letto solo alcuni suoi racconti presenti in importanti antologie internazionali: Gritos y susurros, che compariva nella celebre McOndo, curata da Alberto Fuguet e Sergio Gómez e pubblicata dalla Mondadori spagnola nel 1996; Una fiesta popular, in Líneas Aéreas, della casa editrice spagnola Lengua de trapo, del 1999; e Pequeño diccionario Spanglish ilustrado, in Se habla español. Voces latinas en Usa, curato da Edmundo Paz Soldan e Alberto Fuguet per Alfaguara, del 2000, e edito anche negli Stati Uniti.

Escanlar, molto gentilmente, mi inviò tutti i suoi libri e così cominciai a farmi un’idea più precisa di cosa si muoveva nell’underground di Montevideo. Oltre a Crónica roja. Los crímenes que estremecieron a los uruguayos, un excursus impressionante nei fatti di cronaca nera uruguayani dal 1770 al 2000, Escanlar aveva pubblicato due raccolte di racconti e testi ibridi di sapore pop e pulp: Oda al niño prostituto, del 1993, e No es falta de cariño, del 1997, con alcune illustrazioni tratte da fumetti porno. A colpirmi di più comunque furono due romanzi: Estokolmo (pubblicato nel 1998 da Grijalbo Mondadori in una collana dove erano già comparsi romanzi di Virginie Despentes, Poppy Z. Brite, Aldo Nove e Gus Van Sant) e il sequel Dos o tres cosas que sé de Gala, ripubblicato più tardi in Spagna con il titolo La alemana.

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