Recensioni

Letture estive / 1

César Aira, Las conversaciones, Beatriz Viterbo, 2008.

 

“Ho sempre diffidato di quegli intellettuali che ignorano l’esistenza dei Rolling Stones.”

 

Non è facile intercettare tutta la produzione letteraria di Aira via via che viene pubblicata. Da un po’ di tempo in qua pubblica 3-4 delle sue “novelitas” all’anno. Questo romanzo, per esempio, che risale al 2008, mi era sfuggito. Si inserisce in una serie ideale inaugurata da “Cumpleaños”, del 2001, proseguita con “Fragmentos de un diario en los Alpes”, del 2002, e con “Como me reí”, del 2005. Tutti questi romanzi sono accomunati da una forte impronta autobiografica e da un tono diaristico, e l’autore si presenta senza più indossare la maschera dello scienziato pazzo (“El congreso de literatura”, “Las curas milagrosas  del doctor Aira”) o dello scrittore ubriacone, frivolo e drogato (“Embalse”). E non ricorre nemmeno alla deformazione di episodi dell’infanzia (“Come diventai monaca”, “El tilo”), ma si limita a presentare un contesto – le conversazioni al bar con gli amici intellettuali e le laboriose riflessioni notturne su queste conversazioni – del tutto plausibile e verosimile, per una volta lontano da incursioni di alieni (“I fantasmi”, “Il marmo”) e da trasformazioni fantasmagoriche (“La serpiente”, “Las noches de Flores”).

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Barba, Barba recensioni, Recensioni

Andrés Barba, Piccole mani

Che il mondo dell’infanzia non fosse una nuvoletta rosa di zucchero filato ce lo avevano detto, ben prima di Freud, numerose favole. In un Vangelo apocrifo persino Gesù, da bambino, ammazza un compagno di giochi che lo ha fatto arrabbiare (salvo resuscitarlo dietro insistenza dei genitori). A ricordarci l’innocente crudeltà che può allignare tra i bambini arriva questo bel romanzo breve di Andrés Barba – scrittore inserito nell’antologia di “Granta” dedicata alla nuova narrativa di lingua spagnola –, che appartiene a una serie ideale che annovera Il signore delle mosche di William Golding e I ragazzi terribili di Cocteau.

Marina è sopravvissuta a un incidente stradale in cui ha perso entrambi i genitori: “Tuo padre è morto sul colpo, tua madre è in coma”. La psicologa che le comunica che dovrà andare in un orfanotrofio (“una casa nuova, vedrai, con altre bambine, un posto bellissimo”) le regala una bambola, alla quale Marina da il proprio nome. Ma la sua presenza provoca scompiglio fra le piccole orfanelle: “Tutto quello che le stava intorno si contaminava, noi comprese”.

L’oscura minaccia presente nel tragico passato di Marina spezza l’incantesimo di giornate scandite da rassicuranti rituali quotidiani e suscita sentimenti contrastanti nei suoi confronti. Così le tirano i capelli, le fanno le linguacce, e una notte le rubano la sua bambola, ed è come se qualcosa si spezzasse dentro di lei.

Marina scopre la propria diversità. Ma se la scoperta si rivelasse tanto grande da sopraffarla? Allora si inventa un gioco inquietante e perfido: ogni notte, quando le luci si spengono, sceglie una bambina che diventerà la bambola di tutte: “Starà ferma e non potrà parlare… potremo giocare con lei e darle baci e dirle i nostri segreti”. E qui mi fermo per non guastare il piacere della lettura di questa favola dell’orrore, raccontata con uno stile asciutto ed efficace che scolpisce frasi cristalline, in una traduzione ispirata ed esatta.

 

(Traduzione di Antonella Donazzan per Atmosphere.)

 

(Pubblicato su Pulp n. 92, luglio-agosto 2011.)

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Goytisolo, Goytisolo recensioni, Recensioni

Juan Goytisolo, Oltre il sipario

Malgrado il ricorso alla terza persona, il protagonista di questa meditazione esistenziale, che si sviluppa come una partitura musicale in cinque movimenti, è l’autore stesso, e il testo allude ad alcuni snodi della sua vicenda biografica: la fase “mistica” con la scoperta di san Giovanni della Croce, la dolorosa perdita della moglie nel 1996, l’adozione di due bambini, i ricordi familiari e le figure dei due fratelli (entrambi scrittori), i viaggi nel Caucaso sulle orme dell’amato Tolstoij, con gli occhi sbarrati sugli orrori delle pulizie etniche. Ma pur seguendo il filo della memoria, non c’è gran dispendio di aneddoti né di accenti lirici, bensì la volontà di trarre un bilancio, per quanto disperante: “Il vero Dio era l’oblio: il suo potere onnicomprensivo smentiva quello del creatore e delle sue creature effimere”. Dio, del resto – o Mefistofele? –, prende la parola in prima persona nel quarto frammento per ribadire questa cruda verità: “Tutto sbiadisce, si oscura e si spegne”. Lo stacco è brusco e non del tutto convincente sul piano formale, sembra che Goytisolo non abbia saputo rinunciare per una volta al registro stilistico dell’invettiva retorica, di cui è maestro riconosciuto, quando la forza della prosodia (resa felicemente dalla traduttrice) di questa scrittura diaristica sta proprio nella calibrata sobrietà. Dimenticato dai nostri editori, che da almeno quarant’anni si disinteressano della sua opera, Goytisolo (classe 1931) non è granché amato neanche da molti suoi connazionali, che non gli hanno mai perdonato l’interminabile e volontario esilio (prima in Francia, ora in Marocco), la dichiarata bisessualità, l’agnosticismo e le posizioni politiche progressiste, e ancor meno l’insistenza sull’importanza della cultura araba su quella spagnola, o le recenti battaglie civili di solidarietà con gli immigrati maghrebini. Eppure, è autore di un’opera letteraria ormai monumentale, ammirata da Fuentes e da Vargas Llosa, ha saputo rinnovarsi attraversando praticamente tutte le forme assunte dal romanzo contemporaneo, e anche in questo breve testo minore dispiega le sue doti stilistiche e distilla amare e sincere riflessioni sui destini della “specie inumana” all’alba del terzo millennio.

 

(traduzione di Chiara Vighi per L’Ancora del Mediterraneo.)

 

(Pubblicato su Pulp n. 52, novembre-dicembre 2004.)

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Guebel, Guebel recensioni, Recensioni

Daniel Guebel, Carrera e Fracassi

Nell’Introduzione per il lettore italiano, Guebel afferma: «Questo è il mio romanzo più popolare e il libro più italiano che un argentino abbia mai scritto. Forse perché deve quasi tutto a uno scrittore spagnolo, Miguel Cervantes de Saavedra, e al regista Mario Monicelli». E spiega che la prima scintilla è stata la scena finale di Amici miei, quando Tognazzi gareggia con altri disabili sulla sedia a rotelle. Infatti anche Carlos “Cacho” Fracassi, protagonista del romanzo insieme a Julio César Carrera, verso la fine si ritrova su una sedia a rotelle dopo una cena pantagruelica. I due sono rappresentanti di una ditta di elettrodomestici, ma è l’unica cosa che hanno in comune: caciarone, aggressivo e spudorato il primo, campione delle vendite, quanto l’altro invece è timido, insicuro e inetto sul lavoro. Alla prima occasione Fracassi seduce la moglie di Carrera e pare odiarlo allegramente, mentre l’altro vuole farselo amico per strappargli i segreti del mestiere. Come in ogni romanzo picaresco che si rispetti non mancano episodi grotteschi, colpi di scena tanto inaspettati da apparire improbabili, sullo sfondo della provincia argentina castigata dalla crisi economica che i due percorrono tentando invano di piazzare i loro articoli.

Ma al di là delle loro tragicomiche disavventure, il clou è la storia della loro amicizia, che cresce nonostante i dispetti di Fracassi, fino a toccare le corde della poesia e della commozione.

Un avvertimento per i lettori “ingenui”: Daniel Guebel è del 1956 e ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1987, quando in Argentina si era già dispiegata l’arte del “maestro” César Aira, di cui Guebel come molti altri scrittori della sua generazione è debitore, perciò il suo “realismo” va preso con le pinze. La realtà che ci presenta è quella già rappresentata nei cliché dei discorsi comuni, nell’immaginario della cultura di massa, negli stereotipi dei generi letterari: non aspettatevi dunque la verosimiglianza ad ogni costo, che non c’è, ma godetevi questa cavalcata nei fantasiosi territori del nuovo realismo argentino.

 

(Carrera e Fracassi, tr. di Mariana Califano, La linea editore.)

 

(Pubblicato su Pulp, n. 99, 2012.)

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José Emilio Pacheco – Le battaglie nel deserto

«Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti»: la celebre citazione di Porfirio Díaz, presidente messicano tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, si attaglia alla perfezione al padre di Carlos – il bambino di otto anni protagonista di questo splendido romanzo breve –, costretto a chiudere la sua fabbrica di sapone per la concorrenza dei detersivi statunitensi.

È il 1948, e la scuola di Carlos è frequentata da immigrati ebrei e mediorientali che durante la ricreazione riproducono le “battaglie nel deserto” condotte in quei giorni dai grandi. Il suo amichetto però è Jim, figlio di un americano e di Mariana, donna affascinante e chiacchierata. Carlos se ne innamora perdutamente e arriva persino a dichiararsi. La cosa viene risaputa e scoppia uno scandalo in famiglia.

Ci voleva un poeta (e che poeta! Premio Cervantes nel 2009) per condensare in così poche pagine il racconto di un amore impossibile, che segna anche il traumatico ingresso nel mondo ipocrita degli adulti, e questo mentre ci da un ritratto impressionista, con brevi e precise pennellate, dell’avvento della modernità a Città del Messico. Niente esotismi, comunque, anzi, alcune annotazioni risultano fin troppo familiari al lettore italiano di oggi: «Gli adulti si lamentavano per l’inflazione, i cambiamenti, il traffico, l’immoralità, il rumore, la delinquenza, il sovraffollamento, i mendicanti, gli stranieri, la corruzione, l’arricchimento osceno di pochi e la miseria di quasi tutti».

Dal 1981 il romanzo ha avuto innumerevoli riedizioni in Messico, ha ispirato un film e un brano della band Café Tacuba. La sua malinconica epigrafe potrebbe costituirne anche la conclusione: «Il passato è una terra straniera: fanno le cose in modo diverso laggiù». Per conoscere invece la visione che Pacheco ha del futuro dobbiamo ricorrere a una sua poesia:

A vent’anni mi dissero: «Bisogna / sacrificarsi per il domani». / E abbiamo dato la vita sull’altare / del dio che non arriva mai. / Mi piacerebbe ritrovarmi ora, alla fine, / con i vecchi maestri di allora. / Dovrebbero dirmi se davvero / tutto questo orrore di adesso era il domani.

 

(Pubblicato su Pulp n. 98, luglio-agosto 2012.)

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