Diez, Diez interviste

Rolo Diez, Intervista

Ho incontrato Rolo Diez in luglio alla Semana Negra di Gijón, dove ha vinto il premio Umbriel con Papel picado (Coriandoli), e in settembre lo ritrovo ad Asti, alla VII edizione di “Chiaroscuro”, dove presenta Il passo della tigre, il suo quinto romanzo tradotto (da E. Mogavero) e pubblicato come gli altri da Tropea. Rolo – Rolando Aurelio – è nato a Buenos Aires nel 1940, ma è stato costretto a lasciare il suo paese dopo l’avvento al potere dei militari, che lo avevano tenuto in carcere due anni. Dopo varie peregrinazioni in Europa si è stabilito in Messico, ha collaborato con varie testate giornalistiche e con i suoi romanzi è diventato uno dei più apprezzati esponenti della cosiddetta letteratura «argen-mex».

 

Un personaggio di La ragazza che voleva la luna a un certo punto dice: «Uno deve scrivere di quello che ha visto e conosce». È una dichiarazione di poetica?

«Credo di dover rettificare, perché se si dovesse scrivere solo di quello che si è vissuto perderemmo niente meno che Salgari, per esempio. Inoltre, penso che non si possano emettere enunciati così autoritari, del tipo “si deve…”. Posso dire che le cose che ho vissuto mi si impongono come tema letterario e su quelle lavoro in prevalenza. Altri, probabilmente, lavorano di più con l’immaginazione. Ci perderemmo tutto Borges, che in pratica non ha vissuto niente (ride), ma ha scritto abbastanza. Così faccio una rettifica, anche per non venire etichettato come uno scrittore stalinista (ride), che stabilisce cosa si deve scrivere o no. Invece mi sta bene che ci sia questa libertà di scrivere romanzi noir, psicologici, storici, un po’ di tutto. Quello che mi spetta è inventare certe storie e raccontare certe realtà.»

 

I tuoi protagonisti, penso all’Aguirre del Passo della tigre, oltre a essere coinvolti nelle lotte popolari contro la repressione, sono sempre impegnati in una lotta per conquistarsi un’identità.

«A volte si ha la tendenza a sintetizzare e semplificare troppo. Tornando a Salgari, questo maestro della narrativa che ha molto a che fare con l’infanzia, l’adolescenza, l’incontro con l’avventura, siccome nessuno è perfetto, una critica che potremmo muovergli è che i suoi personaggi sono troppo lineari, i buoni sono sempre buoni e i cattivi sempre cattivi, anche se alcuni hanno un certo spessore, come il Corsaro Nero, tormentato dal tema della vendetta. Ma la vita c’insegna che tutti siamo un po’ di tutto, e che alla fine l’importante è cosa scegliamo di essere. Fra tutte le opzioni, le contraddizioni interne che ci accompagnano costantemente, c’è la possibilità di scegliere. In me per esempio ci sono molte cose che detesto, però scelgo quelle che mi piacciono e cerco di fare in modo che la mia pratica sia conforme. Probabilmente è qualcosa che facciamo tutti: scegliere la parte di noi che ci piace di più e cercare di andarci d’accordo. Nella vita di una persona, di un’organizzazione militante, di solito c’è questo ideale di fare qualcosa di buono, la cosa migliore: ricreeremo la vita, riformeremo il mondo… e così finiamo per proporci degli scopi che ci eccedono personalmente. E in queste grandi imprese, realizzate da uomini più piccoli dei loro propositi, le contraddizioni esisteranno sempre. A me interessa fare una letteratura più o meno adulta: un poliziotto non dev’essere per forza fatto in un certo modo, e un militante in tal’altro. In realtà certi militanti sono gran figli di puttana, e possono anche esistere poliziotti onesti. Aguirre è le due cose, poliziotto e militante, perciò la contraddizione lo accompagna costantemente. È entrato nella polizia come militante e ha finito per restarci come poliziotto, per i soliti condizionamenti della vita: si è sposato, ha avuto una bambina, doveva pagare l’affitto, c’erano tante spese… e quindi continua a fare il poliziotto però non vorrebbe, e scrive le sue dimissioni, ma poi le strappa.»

 

Alla fine però trova una via d’uscita. A volte si è detto che i tuoi personaggi sono dei perdenti, ma mi pare che finché uno lotta...

«Infatti. Nel romanzo le cose hanno una soluzione abbastanza positiva. Uno ha anche certi impegni con i lettori (ride) e non deve infastidirli con storie negative. E poi, perché mai? A me sembra che sia importante mostrare i problemi, ma nello stesso tempo prospettare soluzioni positive. Sarebbe deprimente se tutto finisse male, no?»

 

Lo humour non è certo un ingrediente che ti fa difetto.

«Credo che senza fare humour non potrei scrivere. È una componente fondamentale del mio atteggiamento di scrittore perché è una componente fondamentale del mio sguardo sul mondo. Penso che viviamo circondati da molte farse, cose assurde, menzogne, cose di cui ci si può indignare ma sulle quali si può anche ironizzare. Lo humour è sano, è una via d’uscita. E del resto mi capita spontaneamente, mi metto a scrivere e d’improvviso mi esce qualcosa su quel tono.»

 

Nel Passo della tigre affronti il tema della ricerca dei desaparecidos, un dramma che ti ha toccato personalmente.

«Mia sorella è sparita quando aveva diciotto anni, un anno dopo il colpo di Stato del ’76. Il romanzo è stato scritto probabilmente nell’89. Il mio primo romanzo, che non è pubblicato in Italia, era una testimonianza romanzata, e in pratica era una storia della lotta a cui avevo partecipato negli ultimi anni trascorsi in Argentina e fino a un certo punto del mio esilio. Quello è stato il mio libro più doloroso, più tremendo, c’erano di mezzo un mucchio di morti. Scrivere è anche una sorta di terapia. Se ti tieni dentro certe cose, bene non ti farà di sicuro, mentre se le tiri fuori… Puoi raccontarle a uno psicanalista, a un amico, puoi scriverle, in definitiva gli esseri umani hanno bisogno di esprimersi, di comunicare qualcosa agli altri, quello che sentono che è importante comunicare. Non potrei dire se quando ho scritto Il passo della tigre ero particolarmente angosciato per mia sorella, era già passato molto tempo. Il tema è quello dei desaparecidos e del furto dei bambini, una cosa molto frequente; infatti, secondo le Abuelas di Plaza de Mayo e altre organizzazioni di difesa dei diritti umani, furono sottratti ai genitori qualcosa come 500 bambini. Ne sono ricomparsi poco più di 70, l’ultimo è stato ritrovato quest’anno. In generale sono stato coinvolto dal lavoro delle Abuelas, così laboriose, instancabili. L’esempio di tutta questa gente che fin dal primo momento ha cominciato a cercare i figli, i fratelli, i nipoti… E si pensa, com’è che ce la fanno, come mai non si arrendono, non crollano sotto le difficoltà, be’, perché è importante e necessario farlo. E per me, come scrittore, è andata nello stesso modo: era necessario e importante raccontare queste cose. È uno degli aspetti della dittatura militare che non è stato granché trattato in letteratura.»

 

In Italia uscirà in primavera un libro del giornalista uruguayano Carlos Amorín, La guerra sporca contro i bambini. Storia di Sara e Simón, che ricostruisce il caso che citi nel romanzo.

«Sì, è stato un caso famoso, una ricerca durata venticinque anni… Io sono amico del poeta Juan Gelman, la cui ricerca della nipote, che alla fine ha ritrovato, ha suscitato campagne di solidarietà a livello internazionale e che in questo momento è impegnato nella ricerca della nuora. Insomma, si finisce per convivere con queste cose.»

 

C’è un altra presenza che affiora nel romanzo, e nelle cronache che ci arrivano di questi tempi dall’Argentina, quella dei cartoneros.

«I cartoneros sono gente senza lavoro, escono per cercare qualcosa, perfino nella spazzatura c’è qualcosa che si può ancora utilizzare. Mi ha colpito un certo carattere profetico di questo libro, perché c’era qualche esagerazione nel mio racconto. Affronto il periodo della presidenza di Raúl Alfonsín, con gli espropri nei supermercati, i blackout, ma il tono apocalittico somiglia di più al panorama argentino degli ultimi 5-6 anni. Mi è sembrato un po’ strano: la realtà che imita l’arte, no? (ride). Adesso l’Argentina somiglia abbastanza al mio romanzo, e si tratta di un’eredità del passato. La decadenza è iniziata con la dittatura militare, anche se si sono sempre sottolineati gli aspetti della politica repressiva piuttosto che la depredazione economica, arrivata al parossismo con la mafia di Menem, in pratica la vendita del paese al capitale straniero, la privatizzazione di tutto quanto. Sono stati eliminati migliaia di chilometri di ferrovie, un’intera rete di trasporti, e adesso molte stazioni – per la loro struttura architettonica e una certa bellezza – vengono ristrutturate per trasformarle in biblioteche, in luoghi di ritrovo. L’economia è più difficile da affrontare della politica. Quello che il presidente Kirchner sta facendo in qualche misura è sorprendente, forse perché non lo si conosceva abbastanza o perché non ci si faceva grosse illusioni, ma i provvedimenti che ha preso finora sono stati positivi, nel senso di fare giustizia e punire i repressori, che siano concesse le estradizioni richieste da Francia, Spagna, Italia, ecc. Però i provvedimenti politici sono una cosa e le trasformazioni economiche un’altra, richiedono tempi più lunghi, a causa della dipendenza dai centri internazionali di potere, della finanza… Uscire da questo intrico della globalizzazione al servizio dei paesi più ricchi e dei centri finanziari è un compito più difficile. In ogni caso, in America Latina sembra promettente l’esistenza di governi come quello di Kirchner in Argentina e di Lula in Brasile, e la possibilità di creare un polo progressista, non troppo sottomesso ai capricci degli Stati Uniti e dell’FMI. Personalmente sono abbastanza ottimista, perlomeno vedo una persona onesta…»

 

Hanno suscitato interesse le forme di organizzazione e di lotta adottate in questi anni: le piqueteras, i club del trueque (il baratto), ecc. Come le vedi?

«Mi sembrano fenomeni molto interessanti, e la cosa mi fa pensare che il nostro è un paese di eccessi, un paese intenso, mai tiepido o mediocre. Abbiamo la mafia e il neoliberismo… non c’è nessuno più mafioso di Menem, nessuno che abbia applicato le ricette del liberismo economico più di lui, e ha coniato quella frase infame della “relazione carnale” fra Argentina e USA, eppure, curiosamente, anni dopo l’Argentina è l’unico paese al mondo che fa un’insurrezione popolare e manda a casa De la Rua, che con un altro stile faceva le stesse cose di Menem. Mentre l’economia è depredata in un modo sconosciuto per un paese ricco come il nostro, che con più di 30 milioni di abitanti potrebbe avere una certa ricchezza, e un minimo di equità nella distribuzione dei beni economici… nessuno dovrebbe soffrire la fame. E invece sappiamo che oggi da noi muoiono bambini per denutrizione, per povertà, che compaiono schiere di senzatetto, gente che vive per strada perché ha perduto tutto. Be’, questo fa parte degli eccessi negativi. Però nascono movimenti sociali interessanti, assemblee di quartiere dove si praticano forme di democrazia diretta, i club del trueque, dove lo scambio economico prende un altro aspetto e il commerciante non può far pagare quel che vuole. Cioè, il prezzo del mercato – questa parola magica e maledetta, che sembra un masso che pende sulla testa di ciascuno di noi – nei club del trueque funziona in un altro modo. Tu cos’hai? Tabacco? Io sono dentista, tu mi dai il tabacco, io ti curo i denti. Sì, sono relazioni economiche primitive in termini teorici, ma molto più umane, autentiche e sane, è una ricerca di forme migliori di relazione: i club del trueque per migliorare le relazioni economiche, le assemblee di quartiere per migliorare le relazioni politiche…»

 

Tu vivi in Messico da più di vent’anni, e Città del Messico è entrata nei tuoi romanzi.

«Sì, dopo 22 anni, pur essendo argentino fino al midollo, sono già un messicano, la realtà che ho intorno è quella messicana. Con l’Argentina tengo i contatti leggendo la stampa su Internet, con gli amici via mail. Ogni tanto, quando posso, ci torno per trovare qualcuno, ma la presenza della messicanità è molto importante, e così le storie che ho raccontato in La ragazza che voleva la luna, Gatti senza tetti e Mato y voy sono ambientate in Messico. Ormai dispongo di – e appartengo a – due culture, e la cosa mi fa molto piacere.»

 

Non ti chiedo delle influenze letterarie che riconosci o rivendichi perché mi risponderesti: Dumas, Salgari… Voglio azzardare io un paio di nomi di scrittori argentini di cui mi sembra ci sia qualche traccia nei tuoi romanzi: il Roberto Arlt de I sette pazzi in Il ritorno di Vladimiro Ilic, e il Manuel Puig di Una frase, un rigo appena in La ragazza che voleva la luna.

«Me l’hanno già detto, un amico scrittore argentino, Guillermo Saccomanno, ma credo che si tratti più che altro di una coincidenza. La ragazza che voleva la luna è un feuilleton, e Manuel Puig è un maestro del genere, perciò non è strano che vi siano certe somiglianze. Non è un autore che io abbia letto molto, gli riconosco intelligenza e notevole capacità di scrittura, ma non mi impressiona particolarmente. Roberto Arlt… se ci sono influenze, non le conosco. È un autore che apprezzo molto, un grande cronista di Buenos Aires e uno scrittore interessante in generale, nonché una personalità di impatto. Del resto, se qualcuno scopre delle influenze, probabilmente ha ragione. Le influenze hanno a che vedere con tutto quello che uno ha letto, non è facile sapere cosa ci ha segnato di più. Io penso che quasi tutti gli scrittori argentini abbiano subito l’influenza di Borges. Che si abbiano o no problemi con le sue posizioni personali, o politiche, in ogni caso, in fatto di linguaggio è strano che uno scrittore argentino non abbia qualche debito con Borges. A me succede per esempio che quando scrivo la parola “ominoso”, istantaneamente, penso, ecco che mi è subentrato Borges. Sulla mia formazione credo abbia influito molto il tango. Il marxismo è stato forte come visione della vita, lo dico ne Il ritorno di Vladimir Ilich, “Il cristianesimo, il marxismo e il tango sono i tre più grandi movimenti culturali dell’Occidente” sempre con humour, scherzando, per dire qualcosa che è difficile dire seriamente. Poi molti poeti, la capacità di sintesi dei poeti, il gusto per la bellezza, per la frase gradevole, ben scritta.»

 

A proposito di poeti, nei tuoi romanzi si trovano molti riferimenti a Rimbaud.

«In certi aspetti della sua poesia è una specie di profeta. Bisogna reinventare la vita è una frase di un radicalismo assoluto. Del resto, quello di Rimbaud non è un mito che ho inventato io. Non l’ho neanche letto molto attentamente, ma certe frasi mi hanno colpito. L’amore si reinventerà quando sarà spezzata l’infinita schiavitù delle donne… è bellissima, no? È stato uno dei grandi libertari dell’800.»

 

Di cosa parla Papel picado?

«Papel picado fondamentalmente è un romanzo sull’esilio, storicamente va dal ’77 all’83, fino alla caduta del regime militare. Forse nei miei romanzi, parlando dello stesso tipo di contesto politico, via via si privilegiano certi temi, nel Passo della tigre sono i bambini desaparecidos, qui è l’esilio. La vicenda inizia in Argentina, poi c’è un periplo per l’Europa, i vari posti che ho conosciuto, compresa la Liguria, poi c’è una parte che si svolge in Messico, fino al ritorno del protagonista in Argentina dopo la caduta dei militari.»

 

In definitiva tu non sei uno scrittore di noir, ma scrivi della storia attuale dell’Argentina e dell’America latina…

«Non ho un progetto cosciente di creare un affresco storico, le tematiche mi si impongono in modo molto naturale, e scrivi per favore che non sono uno scrittore di noir, anche se tutti i miei amici lo sono e anche se le mie trame hanno a che fare con avventure urbane e con la violenza. Ma i critici devono sempre mettere un’etichetta… io scrivo semplicemente romanzi urbani del nostro tempo. Se poi qualcuno vuole appiccicarci un’etichetta, faccia pure, ma non vedo perché dovrei accettarla, in definitiva l’unica cosa che importa è se sono belli o brutti.»

 

(Pubblicato su Pulp n. 46, 2003)

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