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I lampi di agosto

«Mi accusarono di ogni cosa: tradimento della Patria, violazione delle Leggi Costituzionali, abuso di fiducia, di facoltà e di poteri, omicidio, spergiuro, frode, corruzione di minorenni, contrabbando, tratta delle bianche e dissero persino che ero un fanatico cattolico…» Eppure José Guadalupe Arroyo, generale di Divisione dell’esercito messicano nonché protagonista e voce narrante de I lampi d’agosto, riuscirà a sfangarla, e dopo otto anni di esilio in Texas, come ci informa nell’Epilogo: «Io e la mia famiglia ci dedicammo al commercio. Non ci è andata male». Ma l’onore, si sa, è il dente cariato di ogni militare, e il nostro generale non fa eccezione, sicché la sua preoccupazione resta quella di «chiarire certi malintesi, confondere certi calunniatori» e di ristabilire la sua verità sulla rivoluzione del ’29.

La memorialistica dei «signori della guerra» della rivoluzione messicana aveva finito per diventare una sorta di genere letterario, e Jorge Ibargüengoitia nel 1964 vinse il premio Casa de las Américas (fra i giurati anche Italo Calvino) con questo romanzo che ne costituisce una raffinata parodia. Come ricorda però nella postfazione Angelo Morino, che firma l’impeccabile traduzione, I lampi di agosto è anche la rilettura complessiva di un fenomeno storico secondo un’ottica demistificante e ironica, assai diversa da quella prevalente nei tanti romanzi incentrati sull’epopea di Pancho Villa ed epigoni. Ne esce un quadro segnato dal declino degli ideali rivoluzionari e dal dominio incontrastato degli interessi personali di uomini in divisa carichi di medaglie. Che non perdono l’occasione per dare vita a episodi grotteschi, innaffiati di robuste bevute, sempre appresso a qualche sottana, e si chiamano tra loro «i ragazzi», come i mafiosi siciliani nei film.

Ibargüengoitia, scomparso in un incidente aereo nel 1983, giornalista, drammaturgo e romanziere, ci teneva a chiarire che con i suoi libri non intendeva far ridere; comunque sia, c’è riuscito benissimo.

 

(pubblicato su Pulp)

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