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José Emilio Pacheco, Un falso d’autore

Celebre nel mondo nelle vesti di poeta pluripremiato, José Emilio Pacheco (199-2014) è conosciuto da noi presso il grande pubblico più che altro come romanziere (Le battaglie nel deserto, tr. di Pino Cacucci, La Nuova Frontiera 2012) e autore di racconti (Il vento distante, e Il principio del piacere, Edizioni Sur 2014 e 2015 rispettivamente, nella mia traduzione). Pacheco però si è disimpegnato con straordinaria bravura per decenni anche come saggista e giornalista culturale, soprattutto con la rubrica “Inventario”, nel supplemento di Excelsior, e poi sulla rivista Proceso. (Per chi conosce lo spagnolo, qui si possono leggere alcuni di questi interventi: http://www.proceso.com.mx/author/jepacheco, fra cui articoli dedicati a Carlos Fuentes, Sergio Pitol, Albert Camus, Charles Dickens e Antonio Tabucchi.)

Nel settembre del 1999 pubblicò un testo dall’elevato tasso ironico, un divertente gioco letterario che coinvolgeva il lettore mescolando un omaggio a Borges, parodia e citazioni erudite. In sostanza, fingeva di commentare libri inesistenti di Borges o a lui dedicati. Gli attribuiva per esempio un romanzo di 212 pagine (quando è risaputo che Borges non li sopportava): Los naipes del tahur, nel quale un certo Luis Burgos, un giovane del Rio de la Plata che a Madrid finisce nelle grinfie della malavita letteraria, si innamora di una prostituta e dopo varie peripezie viene accoltellato; un’evidente allusione al celebre racconto di Borges El hombre de la esquina rosada. Siccome non gli faceva certo difetto l’autoironia, Pacheco si inserisce in uno di questi libri: partendo dalla strampalata idea che Fanny Ubeda – la donna di servizio che si occupò di Borges per oltre quarant’anni, assurgendo quasi al ruolo di segretaria – avrebbe distrutto più di quindicimila libri spediti a Borges, non senza commentarli con pertinenti “note di lettura”, ecco come liquida il proprio libro di racconti La sangre de Medusa: “Questi raccontini messicani mi diedero l’impressione di leggere ad alta voce la prosa di Borges con l’accento di Cantinflas” [popolare attore messicano di film western].

Viene poi la volta del famoso critico messicano Carlos Monsiváis, al quale Pacheco accredita uno studio di quasi 500 pagine sulla presenza di allusioni o citazioni bibliche nell’opera di Borges, e ancora una poesia apocrifa, presentata nientemeno che da Christopher Domínguez, altro prestigioso critico messicano, un sonetto che recita così: Ariosto la sognò. Anche Cyrano. / E con Verne e con Wells le sue sabbie / abbandonarono le mappe e i manuali / per addentrarsi nelle ansie dell’uomo. / Io l’ho vista a Palermo e il lontano / mare di riflessi sovrannaturali.

Gallina dei campi celesti, / disse Gracián in rude castigliano. / Chi la guarda la vede per la prima volta. / C’è qualche orribile segreto nella luna: / provoca un orrore sacro che si combina / con la sua faccia di ombra vera. / La lascio lassù nel suo epico universo / quasi non sfiorata dal mio verso. Va detto che, anche se dovrebbe risultare evidente che versi del genere non possano essere del maestro di Buenos Aires, la bufala si è perpetuata per anni in rete.

Infine, non poteva mancare l’altro grande critico latinoamericano, il peruviano Julio Ortega, al quale viene accreditato l’ampio saggio Borges and the Lost Generation, ovvero un’analisi dei rapporti di Borges come autore, critico e traduttore con i suoi contemporanei nordamericani. Da questo inesistente volume Pacheco estrae due lettere a Borges, ovviamente mai spedite, di Faulkner e Hemingway. Faulkner si prova a scrivere in spagnolo, lingua che non conosceva: “Novembrie 1961 Qerido senior Borgess, habiendo leido in translaciones sus superbas cortas historias, yo hasta ora sabe usted mas 20 anyos atras hacio hispaniola version The Wild Palms. Mucho buena, todos diciendo. Soy proudo y gratefulo por haber un translador como tu. With my very best wishes, amigo de usted, Bill Faulkner”. Ora, Borges aveva tradotto The Wild Palm nel 1940, in un periodo in cui integrava i suoi magri guadagni traducendo autori come Virginia Woolf, Henry Michaux, André Gide, Hermann Melville… Per tradurre The Wild Palms lavorò su un’edizione inglese – fornitagli dal committente – che era stata pesantemente censurata, con l’eliminazione di intere scene di carattere sessuale. D’altra parte, fedele alla propria estetica e a una personale concezione della traduzione, introdusse di suo svariate modifiche, tutte tese a “normalizzare” le intemperanze stilistiche di Faulkner, o a spostare il punto di osservazione per attenuare “lo psicologismo” dei personaggi, cambiando il discorso indiretto in diretto. (Ciononostante, e malgrado il gran numero di errori di traduzione commessi da Borges, e segnalati in una tesi di laurea, Las palmeras salvajes ebbe grande influenza su diversi scrittori latinoamericani, da Onetti a Cabrera Infante a García Marquez, come ammesso da loro stessi.)

Infine, la spassosa lettera apocrifa di Hemingway:

 

Havana, March 13, 1950
Borge Luis Jorges
Buenos Aires, Brazil

Dear Jorges, my Cuban friend Lino Calvo gave me The Aleph, here in El Floridita, el Catedral del Daiquiri. Sure, dammed good book. They are saying around you are the best writer in Spanish, but you can kiss my ass and you never hit a ball out of the infield in your life.
     You took LITERATURE too solemnly. You discovered life late. You come down down here and fight for free with an old character like me, who is fifty years old and weighs 209 and thinks you are a shit, Jorges, and would knock you in your ass.
     HOW DO YOU LIKE IT NOW, GENTLEMEN?
     Viva El Torre Blanco.
     Yours sincerely, Papá.

 

Pacheco, ironicamente, annota: “Questa gratuita ostilità spiega perché Borges lo considerasse un bruto e giudicasse la sua opera un elogio della crudeltà”.

Di sicuro Borges si espresse in termini piuttosto acidi verso Hemingway: “Ernest Hemingway, una volta, assurdamente, si paragonò a Kipling, che considerava suo maestro. Era un po’ fanfarone e finì per ammazzarsi quando si rese conto di non essere un grande scrittore. Questo lo redime in parte”. E ancora: “Ho fatto tutto il possibile per farmi piacere Hemingway, ma ho fallito. C’è qualcosa in lui che mi ripugna; forse il culto della violenza, tutta quella brutalità; è un difetto mio, non suo”.

La nota di Pacheco a suo tempo deve essere sfuggita a María Kodama, la vedova di Borges erede dei diritti dell’opera letteraria, che per molto meno ha intentato cause legali (si veda qui: http://www.perleecicatrici.org/category/katchadjian/). O forse, trattandosi di un autore della statura di José Emilio Pacheco, avrà deciso di soprassedere…

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