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La fantascienza in Messico

Nel luglio del 2000, invitato all’Asturcon, una convention internazionale di fantascienza all’interno dell’annuale Semana Negra di Gijón organizzata da Paco Taibo, conobbi due allora giovanissimi scrittori messicani, Pepe Rojo e Bef (Bernardo Fernández), e l’incontro segnò l’inizio delle mie incursioni nella s-f messicana. Fino a quel momento mi ero occupato di scrittori di ciencia-ficción spagnoli – César Mallorquí, Elia Barceló, Rodolfo Martínez, Domingo Santos – traducendo alcuni racconti per la rivista “Futuro Europa” di Ugo Malaguti, e argentini (un racconto di Carlos Gardini comparve su “Carmilla”, edizione cartacea, nel 1998, altri su “Nova s-f” e due si possono leggere sul mio blog perleecicatrici.org).

La fantascienza messicana ha una storia antica e nobile, con predecessori della statura di José Emilio Pacheco, che scrisse La catastrofe, un racconto d’ispirazione apocalittica, e di altri scrittori mainstream che hanno fatto proficue incursioni nel genere, da Carlos Fuentes a José Agustin a Hugo Hiriart  a Amado Nervo, mischiando tematiche politico-sociali, miti che risalgono all’epoca pre-Cortés e premonizoni (o ricordi) di disastri nazionali futuri e passati. Fanta Mex Pepe Negro eventoNegli anni ’60 René Rebetez e Alejandro Jodorowsky, un cileno e un colombiano, si installarono in Messico portando una ventata di surrealismo e di sperimentazione artistica e letteraria. Per Rebetez la fantascienza era “il più fedele testimone della nostra epoca e anche qualcosa di più: il suo critico più intransigente”. Soprannominato “il mago del caos”, fu una sorta di precursore delle filosofie new age e si interessò di divinazione, medicine alternative e viaggi astrali, oltre che delle nuove scoperte scientifiche, mentre Jodorowsky era maggiormente interessato ai racconti simbolici e onirici, come appare evidente anche dai suoi film (La montagna sacra, El Topo e Santa sangre i più famosi).

Inutile dire forse che, come tutta la fantascienza latinoamericana, anche quella messicana è piuttosto lontana dall’hard e si imparenta invece più strettamente con la letteratura fantastica, senza rinnegare dunque una tradizione con salde radici nazionali. Un sensibile avvicinamento alla fantascienza che si scriveva a nord del Rio Bravo, che ha segnato anche un significativo rinnovamento delle tematiche e delle modalità di scrittura, si è avuto poi negli anni ’80 e ’90, in particolare per l’influenza del cyberpunk statunitense, quando si sono moltiplicate antologie, fanzine, riviste, raccolte di racconti e romanzi di autori come José Luis Zárate, Gerardo Sifuentes (qui LINK si può leggere Bar Radiotekhnika), Gabriel Trujillo Muñoz (che è anche lo storico del genere in Messico), Mauricio José Schwarz (curatore dell’importante antologia Frontera de espejos rotos), i già citati Pepe Rojo e Bef, e Alberto Chimal, fra i più attivi e riconosciuti.

Fanta Mex Xanto ZarateDi Zárate, grande fan di Lovecraft e cultore di una fantascienza imparentata con l’horror, è stato pubblicato da noi il racconto “Hyperia”, nell’antologia Schegge di futuro (scaricabile qui: www.letturefantastiche.com/schegge_di_futuro.pdf), e di recente in Messico hanno riedito il suo romanzo del 1994 Xanto, novelucha libre, letteralmente “novellotta libera”, gustosa parodia di un famoso wrestler messicano protagonista di numerosi film che qui assurge a Supereroe della Marvel. Bisognerebbe poter leggere anche in italiano il suo La ruta de la sal y del hielo (La rotta del sale e del ghiaccio), una storia di vampiri e di attrazione omosessuale del capitano di una nave per i suoi marinai, un testo dal linguaggio poetico estremamente intenso e raffinato. Zárate, come anche Chimal, è inoltre un cultore del racconto brevissimo, con cui delizia i suoi fans su twitter, inanellando serie di tweet che hanno per protagonisti Cappuccetto Rosso, Penelope, le sirene, il gatto di Schrödinger, ecc.

Quest’anno sono stati tradotti (nella collana di e-book Future Fiction) anche due racconti di Pepe Rojo: “Rumore grigio”, di taglio cyberpunk, e l’originalissimo “Conversazioni con Yoni Rey”, che alla violenza allucinata delle disavventure di un cyborg unisce stenografiche riflessioni filosofiche che ci conducono in Francia, da Artaud e Deleuze Guattari.

fanta mex chimal gente del mundoPepe Rojo è anche autore del notevole romanzo Punto cero, che ha al centro l’influenza dei simulacri mass-mediatici sulle vite di un gruppo di amici a Città del Messico, nonché animatore dell’elegante fanzine underground “Sub”.

Anche di Bef è stato pubblicato da noi in e-book il romanzo Hielo Negro, per i tipi di Logus mondi interattivi. Bef ha ormai all’attivo diverse raccolte di racconti e romanzi in cui ha coniugato la fantascienza con il noir, e in veste di fumettista ha pubblicato Uncle Bill, sulle vicende di William Burroughs in Messico. È rappresentato da una delle più importanti agenzie editoriali latinoamericane.

Alberto Chimal ha fatto capolino da noi in un’antologia di scrittori messicani pubblicata da Fahrenheit 451, Curiose inquietudini, con una raccolta di minificciones intitolata “83 romanzi”. (Ma volendo essere un po’ pedanti la sua prima apparizione in italiano è stata una nota su “Borges e la fantascienza” pubblicata su un numero di Urania e tradotta da un servidor, come si dice in spagnolo). (Nella foto sotto: Bef e Pepe Rojo si fanno firmare autografi da Robert Sheckley a Gijon, nel luglio del 2000)

Fanta Mex Bef e Pepe Rojo a Gijon-2000-163Pluripremiato in Messico e tradotto in una decina di lingue, Chimal ha iniziato a pubblicare testi brevi e molto raffinati di sapore borgesiano a partire dalla fine degli anni ’80 e ormai ha al suo attivo più di venti libri, fra raccolte di racconti, romanzi e saggi. Di un racconto, in particolare, mi sono innamorato parecchi anni fa: “È stata smarrita una bambina”, che vinse nel 1999 il premio Kalpa, all’epoca il più importante della s-f messicana. Regalandoci un sorriso a ogni pagina, la voce narrante rievoca un regalo fatto alla figlia della sorella: un libro di fiabe illustrato edito dalle Edizioni Progress dell’ex URSS. La bambina, che non ne ha mai voluto sapere di libri, ne resta talmente affascinata che decide di scrivere all’autrice per farle i suoi complimenti. Inutile tentare di spiegarle che l’URSS non esiste più, dunque nemmeno le Edizioni Progress. Sta di fatto che alla fine bisogna accontentarla, e il bello è che la lettera arriva a destinazione e qualcuno le risponde… e il resto ovviamente non ve lo racconto. Quando lo lessi la prima volta pensai: ma guarda questo! sta sfottendo tutti i comunisti nostalgici dell’URSS, ma lo fa con un’empatia e con un’ironia impareggiabili.

Ora l’editore Arcoiris vuole pubblicare Nove, una raccolta di nove racconti, compreso “È stata smarrita una bambina”, grazie a un’iniziativa di crowdfunding illustrata qui: www.produzionidalbasso.com/project/nove/ dove si possono leggere ulteriori informazioni sull’autore, giudizi critici, ecc. Che dire, io ci farei un pensierino.

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Ugo Cornia, Buchi

Il linguaggio è il nostro modo di convivere con i morti

Raúl Zurita

 

Buchi, l’ultimo romanzo di Ugo Cornia pubblicato da Feltrinelli, malgrado il minimalismo del titolo è il suo libro più importante, e malgrado l’apparente frammentarietà il più unitario. Lo dirò subito con semplicità: è il suo libro più bello. Vale a dire più intenso, più convincente, più coraggioso.

Cornia ci ha abituato a titoli che giustificavano da soli l’acquisto del romanzo: Le pratiche del disgusto, Sulla felicità a oltranza, Quasi amore, per citarne alcuni, ma questa volta ne ha scelto uno abbastanza ermetico e allusivo per quella che è forse la sua confessione più sincera e disarmante. Ve l’immaginate Peter Pan a cinquant’anni? Eppure, è toccato anche a lui, e avrà pensato: tanto vale approfittarne per cominciare a ragionare sulla sgradevole sequela dell’età matura: vecchiaia, malattie, morte, timori e fantasie dell’aldilà…

Gli affezionati lettori di Cornia che si sono divertiti con le sue storie familiari riconosceranno molti personaggi che sfilano nel romanzo – i genitori, il nonno, zia Maria e zia Bruna –, ma questa volta si tratta di veri e propri fantasmi che rievocano perlopiù episodi dolorosi, e la nostalgia dei ricordi d’infanzia si colora d’angoscia. Un’angoscia niente affatto isterica o urlata, ma piuttosto rassegnata, serena, se mi si passa l’ossimoro, che sprigiona fin dal folgorante incipit: «Quella voglia di essere già morti». (Toh, un endecasillabo, forse è per questo che si va a capo dopo la virgola. O forse, più banalmente, sono saltate le banali regole tipografiche.)

Ma torniamo indietro di una pagina: la frase di Peter Brown in epigrafe ci offre una preziosa chiave di lettura: «L’argomento di questo libro è il legame fra cielo e terra, e la parte svolta, in questo legame, da esseri umani morti». Sta comodamente in un tweet, difficile fare una sintesi più efficace. La riflessione filosofica è una delle passioni di Cornia, sospetto più forte di quella per il lambrusco e i ciccioli – il suo penultimo libro è Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne, pubblicato da Marcos y Marcos –, ma nelle opere precedenti la esercitava anche su temi non cruciali e con un tono più smaliziato, mentre qui si fa densa e penetrante. Per esempio in questo brano: «… c’erano dei bambini non nati, ma che sarebbero nati prima o poi, e c’era, nel piano del tempo in cui stanno i bambini non nati, un funzionario delle disposizioni universali del sempre, e questo funzionario, per lavoro, andava a prendere questi bambini non nati, ma che prima o poi sarebbero stati dei nati, in quanto poveri venienti al mondo, e andava a impiccarli tutti a qualcosa, per sempre». La pennellata umoristica del “funzionario delle disposizioni universali del sempre” non offusca del tutto la drammaticità della scena, che esala un retrogusto di filosofie gnostiche, smentito peraltro da altre affermazioni dal sapore decisamente agnostico: «tutto che finisce e non finisce mai di finire, ma sarà finito un giorno o non finirà mai».

A suscitare le riflessioni di cui sopra e il conseguente stato d’animo maliconico da cui nasce il romanzo è un trasloco, un’esperienza che non comporta soltanto un’infinità di fastidi pratici. Infatti i mobili, gli oggetti, le radiografie, le lettere, tutte quelle «macerie della mia vita e della vita dei miei», cambiando casa si portano appresso un carico di passato, e maneggiarle significa anche riattivare un contatto con i loro antichi proprietari. E poi c’è il problema, anche quello non solo di ordine pratico ma affettivo, della divisione dei mobili con la sorella. Sì, quella che figurava anche nel titolo di un precedente romanzo di Cornia: Animali (topi cani gatti e mia sorella). Ma soprattutto ogni trasloco pone una domanda: «avrò d’ora in avanti, in questa nuova casa una nuova vita? E questa nuova vita mi piacerà?». È un passaggio importante e delicato, soprattutto se uno lascia la casa in cui ha vissuto per una vita intera.

In Buchi anche l’idiosincrasia per i luoghi comuni del linguaggio deborda, e dall’ironia sottile – penso a una godibilissima paginetta di Roma in cui Cornia smonta l’espressione “realizzarsi nel lavoro” – si passa al fastidio: «Forza e coraggio. Altra nuova bella frase della serie. Non si è mai finito, sembra ieri. Sembra impossibile. Anche Forza e coraggio adesso. Sicuramente mai detto io». E ancora: «ma quelle frasi che ritornano, che non si è mai finito, uffa, sempre quelle frasi». E il linguaggio di Buchi è un ulteriore passo in avanti, direi una risoluta falcata, sulla via della liberazione da costrizioni sintattiche, grammaticali e d’interpunzione che Cornia del resto ha sempre ignorato olimpicamente nella sua narrativa, adottando il parlato, termini dialettali e neologismi. Qui però ha innestato una marcia in più: la scrittura a tratti diventa sincopata, stenografica, come in un diario o in quaderno di appunti personali, spariscono verbi o congiunzioni inutili alla comprensione del concetto, che vuole arrivare urgentemente in tutta la sua immediatezza, e la narrazione guadagna in ritmo e soprattutto in intensità. Per il suo monologo fra sé e sé e con i propri cari ormai defunti Cornia aveva bisogno di una lingua speciale e se l’è inventata, poi è riuscito a renderla comprensibile anche a noi, i suoi lettori analfabeti.

(A proposito di neologismi: in Buchi ce n’è uno che dovrebbe essere accolto al più presto dall’Accademia della Crusca: slaterare: «Slaterare, slaterare sempre se c’è almeno un buco, traversa il buco e slatera se puoi. Dritto ti stampi». Un’epigrafe di Deleuze ci rivela che Cornia conosce sicuramente varie linee di fuga… Che dire: ragazzi, date retta a zio Ugo, che la sa lunga.)

Si può leggere Buchi come un romanzo gotico rurale, come un improbabile Libro padano dei morti. Per quel continuo riferimento alle “potenze infere” racchiuse nei cassetti delle scrivanie o libere di circolare nelle campagne intorno a Guzzano, per l’evocazione dei fantasmi, per il richiamo del sepolcro («non una cosa punitiva da inferno cristiano, una cosa tipo abisso, con le voci che ti chiamano giù – cosa resti a fare su –». Ma non dimentichiamo: Cornia ha scelto la felicità a oltranza, «un testo che fin dal titolo trasmetteva un mix di entusiasmo vitale e di trattato filosofico», come ha scritto acutamente una critica dell’edizione spagnola di quel romanzo, perciò non è certo il caso di abbandonarsi alla disperazione: basta inventarsi «un piccolo centro d’ordine in mezzo alle forze del caos, che ti fa arrivare in salvo».

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Julio Ramón Ribeyro, I genietti della domenica

31 dicembre 1951: in uno studio legale di Lima, Ludo Totem lancia un urlo straziante, dopodiché straccia un’istanza di pignoramento e scrive la sua lettera di dimissioni. Con i soldi della liquidazione si appresta a festeggiare con gli amici l’inizio dell’anno nuovo e forse di una nuova vita. La prospettiva è quella di un’orgia, ma rimorchiano solo due meticce, una delle quali oltretutto è una specie di nana con le mutande sporche. Mentre scoppiano i mortaretti che annunciano la mezzanotte, Ludo vomita l’intruglio di pisco e Cinzano che ha ingurgitato.
Così inizia I genietti della domenica di Julio Ramón Ribeyro (La Nuova Frontiera, tr. di N. Santoni), romanzo dello scrittore peruviano unanimemente considerato dalla critica fra i migliori autori latinoamericani di racconti. Ma fu proprio la sua predilezione per la narrativa breve a impedirgli di figurare nella rosa dei nomi del boom degli anni Sessanta e di unirsi al manipolo di scrittori che sarebbero riusciti a vivere del mestiere.

Malgrado le raccomandazioni di Vargas Llosa e Bryce Echenique, infatti, Carlos Barral, l’editore spagnolo che mise per primo le mani su quella miniera d’oro, si rifiutava di pubblicare racconti.
Del resto Ribeyro, personaggio schivo, refrattario alle interviste e forse incerto sul valore della sua narrativa, è complice del silenzio sceso per molti anni sulla sua opera. “Discreto, timido, laborioso, onesto, esemplare, marginale, intimista, lucido: ecco alcuni degli aggettivi che mi sono stati attribuiti dai critici. Nessuno mi ha mai chiamato grande scrittore. Perché sicuramente non lo sono.” Si definiva uno “scrittore di frammenti”, e in effetti tutti i capitoli di I genietti della domenica, dal finale aperto o chiuso, presentano una struttura autonoma e sgranano una serie di episodi nei quali, oltre agli amici di bevute con i quali il protagonista condivide un progetto di rivista letteraria, sfilano i quartieri e alcuni luoghi emblematici della città di Lima, investita in quegli anni da vertiginosi processi di inurbamento e modernizzazione.
Ludo frequenta l’Università cattolica, privata ed elitaria, ma non ha nulla dell’arrampicatore sociale e al matrimonio di una zia che frequenta la bella società finisce per mangiare in cucina insieme alla servitù. La sua famiglia è decaduta, tanto da dover affittare delle stanze, il fratello passa le giornate in casa aspettando gli amici per giocare a scacchi, e Ludo deve cercarsi un altro lavoro. Ci prova battendo le strade alla ricerca di clienti per un avvocato, e sono le pagine in cui fanno capolino suggestioni kafkiane: “…burocrati incalliti che non gli rispondevano, sottocapi in pantofole, occhiali sparpagliati ovunque, calvizie, maniche rimboccate, dattilografi con la visiera, code, sportelli di accoglienza, carte, ancora carte e, in ogni dove, onnipresente come Dio, ma visibile, il moto del Ministero delle Finanze: “Pagare e solo dopo reclamare”. (Ribeyro condividerà con Kafka il destino dell’incomprensione degli aspetti umoristici della propria opera: “c’è un aspetto dei miei racconti, dei miei libri, che non viene quasi mai colto dai critici, ed è lo humour. Tutti mi considerano uno scrittore cupo, scettico, tragico, cioè pessimista, ma io credo che ci siano cose piuttosto divertenti. Io mi diverto molto quando scrivo”. Altri nomi a cui è stato accostato: Camus e Onetti.)
Ludo tenta allora la vendita porta a porta di un insetticida, e insieme all’inseparabile Pirulo in un momento di disperazione visita il Colegio Mariano, dove aveva studiato, per scoprire che non è cambiato niente: il direttore non ha perso la ripugnante abitudine di fare palline di caccole per spararle contro l’interlocutore, e la sua sottana è sempre cosparsa di forfora.
Ma la discesa di Ludo nei bassifondi di Lima, la breve love-story con una prostituta, gli spiacevoli incontri con il magnaccia, e l’apparizione di una vecchia Colt ritrovata in un cassetto fanno presagire che I genietti della domenica non è solo il racconto picaresco, spassoso, in gran parte autobiografico, delle avventure di un giovane bohémien senza futuro. L’accelerazione impressa da alcuni avvenimenti drammatici – l’uccisione del padre di Pirulo, il pestaggio di un marinaio americano, la rovina economica della famiglia, convinta da un cognato a disastrosi investimenti – fa dei Genietti della domenica (un altro titolo pensato dall’autore: I giorni avariati) un romanzo a tutto tondo, a cui non mancano né elementi di analisi sociale né spessore psicologico dei personaggi né una trama solida né un brioso ritmo narrativo. E la scrittura limpida di Ribeyro, lo stile sapiente e apparentemente neutro, accompagnando il punto di vista scettico e disincantato, ma mai cinico, del suo alter ego Ludo, gli consentono di disseminare il testo di frasi indimenticabili buttate lì con nonchalance, come quando scrive: «Che hanno di diverso un banchiere e un gangster? O un ispettore e un borsaiolo? Il confine è molto labile. È risaputo. Io preferisco i gangster e i borsaioli. Sono più puri, procedono con maggiore franchezza: infrangono la legge, gli altri, più semplicemente, la dettano».

 

 (Pubblicato su Carmilla, maggio 2011)

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Gardini, Gardini traduzioni, Traduzioni

Carlos Gardini, Prima linea

Il cielo è un brodo rosso solcato da filamenti bianchi. Colori sporchi vibrano nella neve sporca. Il rumore è un’iniezione nel cervello. Rannicchiato in una buca cieca, il soldato Cáceres non ha paura. Pensa che lo spettacolo valga la pena, anche se il prezzo dev’essere la paura. All’improvviso è come se gli togliessero la siringa, lasciandogli un vuoto doloroso. Un rumore si stacca dal rumore. Una manciata di terra e di neve colpisce il soldato Cáceres. Un silenzio gommoso gli tappa le orecchie.
Quando riapre gli occhi, il cielo è bianco, abbagliante, liscio. E il silenzio continua, un silenzio punteggiato da rumori sgocciolanti, friabili: passi, voci, strumenti metallici. Il suolo è morbido. Il suolo è un letto, un letto in una stanza d’ospedale. Un cannello di plastica gli arriva al braccio. Le mani gli fanno male.
Un giovane medico si avvicina guardandolo di sottecchi.

«Stai calmo» gli dice. «Guarirai.»
«Le mie mani» dice il soldato Cáceres. «Come stanno le mie mani?»
Il medico storce la bocca.
«Non ci sono» dice, sorridendo a un vaso di fiori appassiti. «Non ci sono più.»
Non era l’unica cosa che aveva perso.

I giorni all’ospedale erano lunghi, una galleria di ombre che si perdeva in un buco nero. Il buco era lontano. Immobilizzato sulla sedia a rotelle, lui non poteva raggiungerlo. La galleria era opaca come un vetro di bottiglia, e dietro il vetro c’erano delle ombre. A volte le ombre gli si avvicinavano e acquisivano un profilo confuso. I loro tratti si deformavano quando si appoggiavano al vetro, e le voci risuonavano distanti, voci avvolte nel cotone.
Oggi c’è un piatto speciale per te, gli diceva un’ombra. Pollo. Vuoi che ti metta da parte una coscia in più? E l’ombra gli strizzava l’occhio, gli accarezzava i capelli attraverso il vetro opaco. Il soldato Cáceres guardava il panno che lo copriva dalla cintura in giù. Una coscia in più, ripeteva scioccamente. Oppure l’ombra gli si avvicinava per offrirgli una sigaretta. Il soldato Cáceres alzava i monconi delle braccia, e l’ombra, pazientemente, gli metteva la sigaretta in bocca, gliela accendeva, la divideva con lui. Poco alla volta il vetro si incrinò. Alicia, gli disse un giorno un’ombra, mi chiamo Alicia. E la voce sembrava adesso di questo mondo, un mondo dove gli orologi battevano le ore e il tempo passava. Alicia gli raccontava storie di altri feriti di guerra, e di come erano guariti. O di come non erano guariti. Lui non parlava mai.
Quando cominciò a stare meglio (questo almeno gli dissero, che stava meglio), passava la giornata davanti al finestrone. Si trovava a un piano elevato, e guardando dal finestrone vedeva il movimento all’esterno. Il movimento erano camion militari che caricavano bare, elicotteri che scaricavano cadaveri e feriti nel piazzale, jeep che entravano e uscivano, gruppi di donne senza uniforme che portavano pacchetti e fiori, ma il movimento non era movimento perché gli mancava il rumore. Senza il vetro del finestrone vi sarebbe stato rumore, ma sempre e ancora vi sarebbero stati altri vetri per isolarlo dal vero rumore, l’iniezione nel cervello. Al centro del piazzale ondeggiava la bandiera. Non pendeva mai dall’asta. C’era sempre vento e ondeggiava sempre. Il soldato Cáceres guardava la bandiera e cercava nella propria memoria; cercava qualcosa che lo strappasse al sopore, qualcosa che rompesse tutti i vetri. Un giorno ricordò le parole di una canzone patriottica e la cosa gli fece piacere. Gli fece talmente piacere che quando Alicia attraversò il corridoio il soldato Cáceres si mise a ridere.
«Vedo che stai meglio» disse Alicia avvicinandosi.
«Quando morirò» disse il soldato Cáceres, diventando serio di colpo. Non si poteva dire se fosse una domanda o cosa.

 

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Tegui, Tegui traduzioni, Traduzioni

Due brani del falso visconte

La prima volta che affidai le mani a una manicure, la sera sarei andato al Moulin Rouge. La vecchia infermiera mi tagliò le pellicine e limò le unghie, a cui diede poi una forma lanceolata. Per finire l’opera le coprì di smalto. Le mie mani non sembravano più appartenermi. Le posai sul tavolo, di fronte allo specchio, cambiando la postura e l’illuminazione. Presi una penna, con la mancanza di scioltezza con cui si prendono le cose davanti a un fotografo, e scrissi.

Così inizia questo libro.

La sera andai al Mouin Rouge e sentii una donna vicino a me dire in spagnolo, alludendo alle mie estremità:

«Si è curato le mani come se dovesse commettere un omicidio».

 

26 settembre 18…

 

Entriamo in un mondo nuovo. Non se ne conoscono i confini geografici. Tutti i suoi istanti sono dolorosi. La luna stanotte è un vassoio infernale. È gialla e vorrebbe essere rossa come lo sputo di un titano tubercoloso.

I vitelli partoriti questa notte hanno sei zampe e gli occhi vitrei. Entreranno subito nell’eternità alcolica dei musei. I figli dei paesani più tardi porteranno in città il settimo figlio maschio, e avrà un numero sul petto, in manicomio, in prigione o all’ospedale. Questa notte, in cui il contadino si è addormentato all’ombra maligna del fico, lo tormenterà per tutta la vita.

Ristagnano nelle latrine l’acqua e la schiuma dell’orina. Nella stella degli scolatoi il cotone degli infetti ha ingollato lo scarico, provocando il vuoto e la disperazione dei canali di scolo.

I galli del vicinato si sono svegliati troppo presto e il fischio di una locomotiva – come se arrivasse attraverso una serie di serrature – graffia il silenzio.

Il pericolo si aggira nel cortile.

Gli occhi scrutano i chiavistelli ed esaminano i paletti.

Il silenzio come un campo arido.

Il silenzio come un campo seminato.

Nella cavità della mezzanotte si inasprisce il grido infantile della locomotiva. Ha cambiato binario. Il treno prosegue, gremito di malati.

Porta nei paesi del Sud le ragazzine dalle mani flosce che hanno interrotto sulla banchina le loro eterne conversazioni sulla moda, che impera anche nei sanatori.

Porta a Vichy le madri diabetiche. A Venezia, al Cairo o a Bruges porta gli innamorati del XVIII secolo. Quelli che scrivono ancora lettere d’amore. Cambiano convento, in seguito a sofferenze morali, le badesse e i seminaristi. Vanno a cercarsi un ponte o il tetto di piombo di una cattedrale, per lasciarsi cadere di lassù, gli annoiati. Due vagoni sono affollati di scolari scheletrici, inviati dai municipi di Parigi nelle colonie balneari di Berck. Il treno è guidato da un macchinista che impazzirà durante il tragitto e proseguirà senza fermarsi al capolinea. E nel vagone merci agganciato alla coda di questa magnifica conquista del progresso umano c’è un cadavere senza parenti, spedito come carico urgente, che deve arrivare a Bordeaux prima delle dieci di mattina. È il suo ultimo appuntamento.

Ecco il paesaggio dell’insonnia che mi ha ossessionato questa notte. A tenermi sveglio era la preoccupazione di veder arrivare i genitori di una minorenne che ho sedotto fra i cespugli dell’isola di fronte a Bougival, e mi sono divertito strappando con mani febbrili la fantasia di carta velina dei bambini, la stessa a cui avevo tarpato le ali quel pomeriggio nell’anima della ragazzina, lasciandovi per tutta la vita le mie impronte digitali di caprone.

 

 

Che si debba procedere a forza di falsità per ottenere un briciolo di verità? Il paradosso sembra calzare alla perfezione per il Visconte Lascano Tegui. Il titolo di visconte, naturalmente, era falso: gli fu attribuito per errore a Tunisi da una vera contessa e lui ne fece il suo nom de plume. Il cognome del resto lo aveva già modificato spezzandolo. Falso il luogo di stampa indicato sui suoi primi libri: Parigi, laddove si trattava di Buenos Aires. False, con ogni probabilità, le sue competenze di meccanico dentista, il che non gli impedì di esercitare per qualche tempo questa professione nella capitale francese. False le notizie autobiografiche consegnate nel suo libro De la elegancia mientras se duerme, pubblicato in Italia per una sciagurata decisione dell’editore con il falso titolo Sogno senza fine, capace forse di solleticare e trarre in inganno giovani fanciulle assetate di romanzi sentimentali, che devono però essere rimaste interdette di fronte al diluvio di perversioni sessuali (sempre trattate in punta di penna, peraltro).
Un falso clamoroso – architettato appunto per avere finalmente un po’ di verità – il Visconte lo compì quando, di fronte all’indifferenza o agli insulti con cui la critica aveva accolto nel 1910 una sua raccolta di poesie, decise di ripubblicarle cambiando il nome dell’autore (un gesto che avrebbe fatto gongolare i situazionisti). Per la bisogna si servì del nome del figlio omonimo di Rubén Darío. Naturalmente questa volta fu accolto da lodi entusiastiche, come aveva previsto. Il suo misurato e sardonico commento fu: «Avevo ragione: l’etichetta del libro per loro valeva di più di quello che conteneva».
Inutile dire, forse, che con tali premesse l’opera di questo avanguardista argentino cadde per molti anni nell’oblio, finché nel 1995 l’editore di Simurg non si accorse di avere fra le mani un gioiellino e decise di fondare una casa editrice per ripubblicarlo. Da allora si sono moltiplicate le traduzioni in varie lingue ed è cresciuto l’interesse per questo autore singolare, perfettamente in sintonia con le avanguardie europee. Lui del resto aveva ben chiari i motivi del rifiuto degli ambienti letterari tradizionali: «Conosco a fondo la strategia letteraria e la disprezzo. Mi fa pena l’ingenuità dei miei contemporanei e la rispetto. Inoltre ho la pretesa di non ripetermi mai, e di non chiedere in prestito glorie altrui, di essere sempre vergine, e questo narcisismo si paga molto caro».

 

(Pubblicato su Storie che sembrano false e invece sono vere, Prospektiva n. 54.)

 

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