Approfondimenti, Güiraldes, Güiraldes approfondimenti

Xaimaca di Ricardo Güiraldes

Postfazione

Come si potrebbe classificare il libro che il lettore ha fra le mani? “Romanzo” è forse una definizione troppo impegnativa, e non ci si riferisce alla sua brevità: abbiamo tre soli personaggi, una trama esile, e gli aneddoti evocati, niente affatto straordinari, sono piegati all’esigenza suprema della creazione di un’atmosfera, piuttosto che a un vero e proprio sviluppo narrativo. Allora, è il racconto diaristico di un viaggio? In effetti, così si presenta a un primo sguardo: non mancano le date, la menzione dei porti di scalo, la descrizione dei mutamenti del paesaggio, la notazione della diversità dei tipi umani incontrati lungo la rotta; ma tutti questi dettagli, in fondo, costituiscono solo il contrappunto dei cambiamenti d’umore e delle sensazioni di Marcos, la voce narrante. Non si tratterà invece del puntuale resoconto, dapprima vagamente svogliato e perplesso e poi sempre più ispirato e convinto, di un innamoramento (o di una fatale infatuazione)? O dobbiamo piuttosto pensare di aver letto una miscellanea di note sparse, una collezione di istantanee dal sapore vagamente esotico, le spensierate digressioni di un bon vivant cosmopolita, legate da un sottilissimo filo narrativo?

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Approfondimenti, Levrero, Levrero approfondimenti

Kafka a Montevideo

Forse il nome di Mario Levrero non dice nulla alla maggioranza dei lettori italiani. Eppure, Lascia fare a me (La Nuova Frontiera, trad. di Elisa Tramontin), uscito in questi giorni, è il suo terzo libro pubblicato da noi, dopo Il romanzo luminoso (2014) e Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo (2016), entrambi per Calabuig. Purtroppo, il secondo uscì a fine luglio, e Calabuig si è rivelata un’effimera meteora. Inoltre, chi li avesse letti entrambi avrebbe faticato a riconoscervi lo stesso autore: Il romanzo luminoso è un testo postumo dall’andamento diaristico, introspettivo, malinconico, di 700 pagine, mentre Nick Carter… risale al 1975, di pagine ne conta appena 90 e, come lascia intendere già il titolo, ha una forte impronta ludica.

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Approfondimenti, Borges, Borges approfonimenti

Borges, l’antipatico

Non saprei dire con precisione il momento in cui ho dovuto confessare a me stesso, non senza una sorta di stupore, che Borges, Jorge Luis Borges, lo scrittore che avevo amato da ragazzo soprattutto per i racconti di Finzioni, mi era profondamente, visceralmente antipatico. E faccio fatica anche a ricordare se questa antipatia sia nata e si sia consolidata poco a poco, o se sia trattato invece di una rivelazione improvvisa.

Forse all’origine c’è un famoso aneddoto che non riesco peraltro a situare temporalmente nella biografia di Borges. Eccolo. Al termine di una delle tante conferenze che tenne in qualche biblioteca di provincia (o in una sala della capitale), fu avvicinato da una signora che, dopo entusiastici complimenti, gli confessò ingenuamente: «Sa, anch’io scrivo…». E lui: «Ah sì? E a chi?».

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Castellanos Moya, Castellanos Moya recensioni, Recensioni

Horacio Castellanos Moya, L’uomo arma

«Nel plotone mi chiamavano Robocop. Ho fatto parte del battaglione Acahuapa, delle truppe di assalto, ma quando la guerra è finita, mi hanno smobilitato. E sono rimasto senza niente: i miei unici averi erano due fucili AK-47, un M-16, una dozzina di caricatori, otto granate a frammentazione, la mia pistola nove millimetri e, d’indennizzo, un assegno equivalente a tre mesi di salario.»

Questo l’incipit del monologo di Juan Alberto García, detto Robocop (come il cyborg del film di Verhoeven), 1,90 d’altezza, 120 libbre. Non è facile per lui accettare la «democratizzazione», riciclarsi come «civile»: sa soltanto combattere e uccidere. Così, ruba una Golf e rapina una villa ammazzando una coppia di vecchietti. È l’inaugurazione di una carriera criminale costellata di tradimenti: prima va a letto con la moglie del cugino, poi con una puttana che non esiterà a uccidere temendo una spiata; entra in un gruppo paramilitare al servizio dei narcotrafficanti, ma è pronto a vuotare il sacco per arruolarsi nella lotta antidroga…

L’uomo arma è scritto in prima persona con un linguaggio secco, aspro e privo di connotazioni emotive, impassibile e cinico come il protagonista. Lo scenario è il San Salvador, mai nominato, ma potremmo trovarci in Honduras, Nicaragua, Guatemala, e gli anni sono quelli delle guerre civili e delle violenze che hanno imperversato in quei paesi.

Horacio Castellanos Moya, salvadoregno, ne sa qualcosa, essendo costretto a vivere all’estero dopo le minacce di morte ricevute in patria. Con cinque romanzi e due raccolte di racconti, tutti di grande livello, ha saputo creare un mondo proprio cambiando continuamente registro silistico e si è imposto come uno degli autori più importanti e originali del Centroamerica, erede dei maestri del «realismo sucio» Arlt e Onetti. Di lui Roberto Bolaño ha detto: «Castellanos Moya è un malinconico e scrive come se vivesse nel cratere di qualcuno dei tanti vulcani del suo paese. Questa frase sa di realismo magico. Eppure non c’è niente di magico nei suoi libri, salvo forse la sua forza stilistica». (Traduzione e nota finale di Nicoletta Santoni, La Nuova Frontiera.)

 

(Pubblicato su Pulp-libri)

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Fuentes, Fuentes recensioni, Recensioni

Carlos Fuentes, Le relazioni lontane

Durante un pranzo all’Automobil club di Parigi, l’anziano e sofisticato conte Branly racconta al narratore (che nelle pagine finali si rivelerà essere Carlos Fuentes stesso) la storia di Hugo Heredia, un archeologo messicano che ha perso la moglie e un figlio in un incidente aereo. Rimasto solo col figlio minore quattordicenne, Victor, che intende educare al “disprezzo per gli uomini e al rispetto per le pietre”, lo compiace in un curioso gioco: quando si trovano in una nuova città cercano sull’elenco telefonico eventuali omonimi. Così a Parigi, ospiti di Branly, si imbattono in un Victor Heredia di mezz’età, che vive con il figlio Andrés in un castello già appartenuto ad Alexandre Dumas. L’incontro e la permanenza nel castello hanno conseguenze assolutamente imprevedibili per i protagonisti (e per il lettore): Hugo rientra in patria abbandonando il figlio, che finirà fra le braccia del coetaneo Andrés, e Branly si immerge in un’impietosa autoanalisi, mentre il mistero che avvolge la biografia dell’Heredia francese (ogni biografia, sembra suggerire Fuentes) si allarga a macchia d’olio e assume tinte soprannaturali, tipiche di un racconto gotico di fantasmi. Le relazioni lontane è del 1980, si ricollega idealmente ad Aura e appartiene allo stesso ciclo narrativo, “Il male del tempo”. Romanzo complesso, sconcertante per certi versi, strettamente imparentato con la tradizione del “realismo magico” latinoamericano, offre molteplici piani di lettura (non ultimo quello biografico, dato che Fuentes è stato ambasciatore del Messico a Parigi) e innumerevoli motivi di riflessione, dal ruolo della memoria individuale e storica al senso e al destino della letteratura, dagli esiti del “meticciato” culturale fra Europa e America Latina all’interrogazione metafisico-onirica sul significato delle cose ultime. “Niente muore del tutto se non perché, criminalmente, noi lo condanniamo a morte dimenticandolo: l’oblio è l’unica morte, la presenza del passato nel presente è l’unica vita.”

 

(Pubblicato su Pulp-libri.)

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